La Procura di Teramo chiede nuova archiviazione per l’omicidio di Libero Masi e della moglie Emanuela Chelli, massacrati in villa a Nereto
Un delitto che potrebbe rimanere definitivamente avvolto nel mistero quello di Libero Masi e della moglie Emanuela Chelli. A un anno dalla riapertura delle indagini, la Procura ha chiesto una nuova archiviazione dell’inchiesta sull’omicidio della coppia, massacrata a colpi di machete nella villa di Nereto, nella notte tra il 1 e il 2 giugno 2005.
A quasi ventuno anni dal tragico fatto, la nuova richiesta di archiviazione, a firma del procuratore Ettore Picardi e del sostituto Stefano Giovagnoni, arriva dopo l’indagine dei carabinieri del reparto operativo. I militari hanno cercato di ricostruire la vicenda con perquisizioni e sequestri di materiale informatico. Nel corso dell’inchiesta tanti informati sui fatti sono stati ascoltati per confermare o meno l’ipotesi che ad agire possa essere stata una persona conosciuta dall’avvocato, ma deceduta negli anni scorsi.
Ma è solo l’ultimo capitolo di questa vicenda giudiziaria. Per anni si è pensato che i trentamila euro incassati dall’avvocato la sera prima di essere ucciso fossero stati portati via dagli assassini in una rapina finita male. Il provvedimento di archiviazione del 2010, però, ha rivelato che i soldi erano stati trovati nel 2009.
Un’altra pista, poi caduta, è quella dell’omicidio fotocopia in Svizzera. In quel caso l’indagato era un operaio che, all’epoca, abitava a Roma nello stesso palazzo di un familiare dei coniugi. Il sospetto sull’uomo, che allo stesso familiare aveva fatto delle domande sui guadagni dell’avvocato, cadde perché venne accertato che non si trovava in Italia al momento del delitto.
Prima ancora erano state archiviate le posizioni di tre marsicani e di due teramani. I marsicani erano gli stessi che, cinque mesi dopo il delitto, vennero arrestati e poi condannati per l’omicidio di Roberto Manni, un commerciante di Morino.
I due teramani, invece, erano finiti al centro dell’indagine dopo le affermazioni di un ex collaboratore di giustizia deceduto, ma che, secondo i giudici, avrebbe reso dichiarazioni calunniose.
