Studiando il terremoto del 2016 nell’Appennino centrale, i ricercatori dell’INGV hanno scoperto il ruolo dei fluidi nella sequenza sismica
Un nuovo studio condotto da un team di ricercatori e ricercatrici dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dell’University of California Berkeley e della United States Geological Survey (USGS), ha sviluppato un metodo per il monitoraggio della migrazione di fluidi nella crosta terrestre, mostrando che questi processi sono strettamente correlati con la sismicità, soprattutto durante le sequenze più intense.
La ricerca, intitolata “Temporal and spatial changes in Seismic Attenuation Associated with Inferred Fluid Migration in the 2016 Central Apennines Earthquake Sequence” (pubblicata sulla rivista scientifica Bulletin of the Seismological Society of America) ha l’obiettivo di comprendere la complessa evoluzione dei fenomeni che hanno caratterizzato la sequenza sismica dell’Appennino Centrale nel periodo compreso tra il 24 agosto 2016 e la fine di febbraio 2017.
Lo studio analizza le variazioni temporali dell’attenuazione delle onde sismiche osservate durante la sequenza del 2016-2017, individuando i segnali compatibili con la migrazione di fluidi pressurizzati lungo il sistema delle faglie responsabili degli eventi.
«Prima di un terremoto importante – spiega Luca Malagnini, Dirigente di Ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia NGV e primo autore dello studio – le faglie possono comportarsi come superfici impermeabili, capaci di ostacolare il movimento dei fluidi nella crosta terrestre. Quando però una faglia, o un sistema di faglie, si attiva durante un forte terremoto, può cambiare comportamento e diventare un canale altamente permeabile, consentendo la migrazione dei fluidi crostali sia verticalmente sia lateralmente».
Nello specifico del caso analizzato, la migrazione di CO‚ ad alta pressione, innescata dal terremoto di Amatrice del 24 agosto 2016, di magnitudo 6.0, potrebbe aver contribuito a
indebolire le faglie vicine e a favorire altri eventi sismici come il terremoto di Norcia del 30 ottobre 2016, di magnitudo 6.5.
Gli autori della ricerca hanno notato che il comportamento appena descritto, che può produrre una serie di eventi di elevata magnitudo, è tipico delle grandi sequenze sismiche dell’Appennino Centrale (e forse dell’intero Appennino), e hanno evidenziato come l’analisi delle onde sismiche osservate durante la crisi del 2016-2017 possa aiutare a rilevare episodi di migrazione di fluidi ad alta pressione che avvengono nella
crosta terrestre.
In futuro, il monitoraggio delle variazioni temporali dei parametri che regolano la dissipazione dell’energia elastica trasportata delle onde sismiche potrebbe contribuire a
migliorare la valutazione dell’evoluzione della pericolosità sismica, nello spazio e nel tempo, durante una sequenza sismica.
