Roccamontepiano: al via la ventiseiesima edizione dei fuochi di San Giovanni Battista

Tutto pronto per la commemorazione delle cinquecento vittime della frana del 1765. 261° anniversario della distruzione del paese e 26^ edizione dei fuochi di San Giovanni Battista, nel parco naturale della Grava

Con una solenne celebrazione all’aperto, si svolgerà la santa messa con la benedizione dei fuochi di San Giovanni Battista a partire dalle ore 19 di domani, martedì 23 giugno 2026 presso il sito ove sorgeva l’antico abitato della Rocca, andato completamente distrutto nelle prime ore del mattino del giorno di San Giovanni Battista. Una commemorazione importante con il palio dei fuochi di San Giovanni tra le contrade.
Due eventi che dal 2000 hanno trovato la loro simbiosi in questa formula commemorativa ma che affonda le radici nella storia ufficiale e nei riti del solstizio d’estate con tanto di accensione di fuochi propiziatori che una volta avvenivano nelle aie dei borghi rurali. A questo si aggiunge il fatto che proprio la mattina di San Giovanni del 1765 in paese si celebrava la festa religiosa in cui lo stesso Convento dei francescani osservanti era al santo intitolato. La grande frana di Roccamontepiano fu un cataclisma certificato da diversi cronisti dell’epoca e viene ricordata in tutto gli studi attinenti il settore per una doppia fase di scivolamento e ribaltamento di enormi blocchi di travertino che si abbatterono sui poveri resti, trascinati a valle a causa dello smottamento.

Dalle fonti storiche certe sappiamo che l’abitato era unito come tanti altri paesi e vi era una cinta muraria di difesa con almeno tre porte di accesso (porta nuova ad est, porta fonte San Rocco a nord verso la valle e porta Sant’Andrea Madonna delle Grazie ad ovest, sulla parte a monte le scoscese rupi di Montepiano che consentivano una difesa naturale). Sette erano i rioni così denominati Castiglione, Colle, Renaro, Mercato, Piazza, Fonte e Sportello (nomi e toponimi recuperati dal catasto onciario del 1740).
Documenti ufficiali e testimonianze redatte nelle fasi successive al dopo frana si ebbero grazie all’esercito borbonico intervenuto sul posto e ai frati francescani del Convento di San Giovanni Battista che realizzarono anche due immagini del paese prima e dopo la frana. La frana di Roccamontepiano, oggi, verrebbe comunemente  denominata come un fenomeno di “dissesto idrogeologico” Perché si commemora, quindi, un fatto così tragico? Proprio perché un intero paese e cinquecento dei suoi abitanti, oltre che centinaia di animali, vennero inghiottiti in pochi minuti. Quella frana, accorsa la mattina del 24 giugno 1765, giorno di San Giovanni Battista, non fu l’unica ad aver solcato i fianchi del Montepiano. Molte furono quelle che segnarono profondamente il territorio.
Quella che si è commemorata quindi il 24 giugno scorso non è solo la catastrofe che colpì il luogo indentitario più forte  dell’intera comunità, i tantissimi morti con altrettanti feriti su circa duemila abitanti del borgo di allora. Il ricordo è andato anche alle case aggrappate sulle pietre che a corona si stendevano ai piedi del grande sasso su cui vi era il castello dei Colonna, le piazze, la chiesa parrocchiale e quelle minori diffuse nei sette principali rioni, le fontane pubbliche, la cinta muraria e le porte d’accesso.
Tutto precipitò a valle, nel fango e nella lava delle argille messe in movimento da ben due giorni, forse tre di piogge e temporali. Ma  è giustificabile una simile catastrofe dall’acqua scesa dal cielo seppur incessante e quasi ininterrotta per oltre cinquanta ore? Ben sei anni prima della tragedia, il 19 agosto 1759 per la precisione, “l’inginiero teatino Don Michele Clerici” aveva documentato e trascritto nel proprio diario una relazione trasmessa al Re di Napoli Ferdinando chiamato quest’ultimo ad apporre sigillo definitivo sul luogo dove sarebbe stata riedificata la nuova Rocca (7 luglio 1766). Lui stesso denuncio come l’intero abitato di Roccamontepiano presentava, ben prima dello smottamento, sulle pareti di molte abitazioni fessurazioni e gravi lesioni. Nella parte a valle del paese, ci erano almeno tre ruscelli e diedero al tecnico la sensazione della precarietà su cui tutta la zona era stata fondata. La sua personale preoccupazione lo porto persino ad evitare il pernottamento.
Il 24 giugno, a Roccamontepiano, segna lo spartiacque di tutto ciò che è stato prima e di tutto ciò che è ricominciato dopo. L’unica cosa che crebbe forte nei superstiti della tragedia fu il senso del radicamento fisico, non solo nei luoghi ormai sconquassati persino nell’orografia del territorio, ma nei sassi staccati dal monte e rovesciati a valle tanto che ad essi le genti assegnarono anche dei nomi. Quelli più grandi ed orridi ancora oggi vengono invocati come pietra Giordano, Pietra dell’Edera, pietra del Diavolo, il Pietrone etc etc.  La lugubre voragine scavata nella solida argilla divenne  il letto dove si riversarono migliaia di massi: macigni enormi che non hanno dato scampo neanche ai resti delle abitazioni crollate lungo l’inarrestabile corsa verso il basso. Un doppio fenomeno che i geologi definiscono di scivolamento e ribaltamento.
Viene da chiedersi cosa pensarono i superstiti nello scorgere la mancanza persino del perimetro del loro abitato. Un terremoto apocalittico o un maremoto, per quanto violento e traumatico lascia comunque intatti i solchi della città e dei paesi demoliti dalla furia della natura. Quella di Roccamontepiano assume un aspetto tanto crudele quanto ingiusto. Nessun profilo, nessun perimetro, nessun brandello di mura.