Luca Ferrari, co-fondatore e amministratore delegato di Bending Spoons, è il vincitore della decima edizione del Premio Ermando Parete. Il nome è stato reso noto questa mattina a Pescara
La resilienza di Ermando Parete attraversa il tempo e continua a parlare alle nuove generazioni. La forza di sopravvivere all’orrore del campo di sterminio di Dachau, la fedeltà allo Stato pagata con la deportazione e la volontà instancabile di testimoniare ciò che accadde durante la Shoah sono stati il filo conduttore della decima edizione del Premio Ermando Parete, assegnato quest’anno a Luca Ferrari, cofondatore e amministratore delegato di Bending Spoons.

Il nome del vincitore è stato annunciato questa mattina a Pescara, nella caserma del comando provinciale della Guardia di Finanza intitolata proprio al vice brigadiere Parete, deportato durante la Seconda guerra mondiale e sopravvissuto al lager nazista. Un riconoscimento che, istituito nel 2017 da Donato Parete, figlio del militare, premia ogni anno figure di rilievo del panorama imprenditoriale ed economico nazionale.
Da un piccolo paese della provincia veronese alla classifica dei miliardari di Forbes, Luca Ferrari, 40 anni, rappresenta una delle storie imprenditoriali italiane di maggiore successo nel panorama tecnologico europeo. La sua Bending Spoons è oggi una delle più importanti realtà digitali nate in Europa, simbolo di innovazione, visione internazionale e capacità di costruire valore partendo dall’Italia.
Nel corso della cerimonia, ospitata nella sede del comando provinciale della Guardia di Finanza, è stato più volte richiamato il valore della memoria e il coraggio delle scelte affinché tragedie come la Shoah non si ripetano mai più.
Tra i presenti il prefetto Luigi Carnevale, il comandante regionale della Guardia di Finanza, generale di brigata Fabio Massimo Mendella, il comandante provinciale colonnello Bartolomeo Scalabrino, il consigliere regionale Antonio Di Marco, Donato Parete e la giornalista e scrittrice Concita De Gregorio.


Particolarmente toccante l’intervento di Donato Parete, che ha ricordato la figura del padre e il suo instancabile impegno nella divulgazione della memoria.
“Non si sentiva un eroe – ha spiegato –. Da finanziere aveva giurato fedeltà a questo Paese e l’ha pagata molto cara”. Parete ha ripercorso gli ultimi mesi vissuti nel campo di Dachau, dove la sopravvivenza media dei deportati era stimata in appena sei mesi tra fame, lavori forzati e violenze quotidiane.
“Mio padre stava davvero finendo in forno crematorio – ha raccontato – quando il 29 aprile 1945 venne salvato dagli americani della Settima Divisione”. Un ricordo segnato anche da immagini rimaste impresse nella memoria familiare: “Diceva che a Dachau molti quarantenni si gettavano sul filo spinato elettrificato perché non ce la facevano più. I ventenni invece volevano vivere, volevano uscire di lì. Sentivano di avere ancora la vita davanti”.
Parole che hanno restituito il senso più profondo del premio: tenere viva la memoria del passato per trasmettere alle nuove generazioni il valore della resilienza, della responsabilità e della libertà.
