La difficoltà a reperire personale stagionale riapre il dibattito sulle condizioni del lavoro anche in Abruzzo. Tra bassi salari, precarietà e politiche sul reddito, emerge un problema strutturale che spinge molti giovani a cercare opportunità all’estero
L’estate è alle porte e la carenza di personale negli stabilimenti balneari torna a farsi sentire anche in Abruzzo. Gli operatori del settore segnalano difficoltà crescenti nel reperire lavoratori stagionali: bagnini, camerieri, cuochi e addetti all’accoglienza. Una situazione che, secondo il segretario nazionale di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, merita una riflessione più ampia sulle dinamiche del lavoro in Italia.
Acerbo contesta la narrazione, diffusa negli anni scorsi, che attribuiva la scarsità di manodopera al reddito di cittadinanza. A suo avviso, quella lettura si è rivelata infondata e ha contribuito piuttosto a creare un clima di ostilità verso una misura di sostegno al reddito.
Il segretario Acerbo aggiunge : “Oggi la realtà mostra un quadro diverso: molti imprenditori turistici sopperiscono alla mancanza di personale ricorrendo a lavoratori immigrati, spesso provenienti da Paesi extraeuropei.
Il tema, però, non si esaurisce nella disponibilità di manodopera. E’ necessario interrogarsi sulle ragioni per cui molti giovani italiani scelgono di lavorare all’estero anziché accettare impieghi stagionali nel proprio Paese. La risposta, suggerisce, è legata soprattutto alle condizioni economiche e contrattuali: salari più alti e orari più sostenibili rendono più attrattive le opportunità fuori dall’Italia.
In questo contesto, anche il rifiuto di lavori mal retribuiti e particolarmente gravosi viene interpretato come una forma, seppur non sempre consapevole, di resistenza. Lavorare per tutta l’estate con compensi bassi e giornate lunghe, mentre altri sono in vacanza, è percepito da molti come un sacrificio non adeguatamente riconosciuto.
Una situazione determinata dalle scelte politiche degli ultimi anni. In particolare l’abolizione del reddito di cittadinanza da parte del governo guidato da Giorgia Meloni, che è parte di una strategia più ampia volta a mantenere bassi i salari. Il reddito di cittadinanza rappresentava uno strumento che offriva ai lavoratori una maggiore libertà di rifiutare offerte non dignitose”.
Il segretario di Rifondazione Comunista evidenzia inoltre come in molti Paesi europei siano da tempo presenti sia forme di sostegno al reddito sia salari minimi legali, mentre in Italia queste misure incontrano ancora forti resistenze. A suo giudizio, tali resistenze si inseriscono in un quadro più ampio di precarizzazione del lavoro, alimentato da riforme che negli ultimi decenni hanno progressivamente indebolito il potere contrattuale dei lavoratori.
Acerbo conclude: “Uno degli elementi simbolo di questo cambiamento è la scomparsa della scala mobile, il meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’inflazione. La sua abolizione, insieme ad altre riforme, ha contribuito a una compressione generalizzata dei redditi.
L’articolo 36 della Costituzione italiana stabilisce il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto. Un principio che, nel dibattito attuale sulla carenza di manodopera, torna al centro come possibile chiave di lettura: senza condizioni dignitose e salari adeguati, il problema della mancanza di lavoratori rischia di ripresentarsi ogni estate”.
