Consegnati a Pescara i riconoscimenti ai vincitori della 53ª edizione dei Premi internazionali “Ennio Flaiano” per la Letteratura. Il Procuratore di Napoli Nicola Gratteri super star della serata
Nelle sezioni Over e Under 35 hanno vinto Matteo Nucci e Michele Del Vecchio. Premio della Presidenza conferito a Mario Andreose.
All’Aurum di Pescara, tra grandi ospiti e un’intensa partecipazione, sono stati decretati i vincitori delle sezioni Over e Under 35 e consegnati i prestigiosi premi speciali della 53esima edizione dei Premi Internazionali “Ennio Flaiano” di Narrativa. La serata è stata seguita, come consuetudine, in diretta da Rete8 ed è stata condotta dal direttore Carmine Perantuono.
Il premio Speciale è stato conferito al Procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, per il suo costante impegno civile e l’attività di contrasto alla criminalità organizzata e per il libro “Come radici. Una storia sulle seconde possibilità” (edito da Mondadori), un romanzo intenso scritto a quattro mani con lo storico delle organizzazioni criminali Antonio Nicaso. Al centro della trama c’è la storia di una scelta di campo e della forza dei legami autentici che permettono di rompere con un passato difficile per affondare le proprie radici in una terra nuova.
Il Procuratore Gratteri è stato accolto da un grande applauso del pubblico e ha risposto alle domande della presentatrice della serata, la giornalista Martina Riva,
Sulla realtà di Napoli, la Camorra e il dark web
«Ho incominciato a occuparmi, a studiare, a imparare la Camorra e ho visto Scampia, ho visto le periferie, ho visto anche il centro storico di Napoli. Napoli che è una città effervescente in tutti i sensi, nel bene e nel male. Napoli non è pizza e mandolino, a Napoli c’è grande cultura. Pensate che a Napoli si vendono più biglietti di teatro rispetto che a Roma o a Milano, e a Napoli c’è un centro filosofico che a Roma non c’è di quella portata.
E però, allo stesso tempo, c’è effervescenza criminale. C’è una camorra di strada, c’è una camorra molto forte nel mondo del commercio, dell’impresa, e c’è una camorra molto forte nel dark web, che già usa l’intelligenza artificiale, che già l’ha utilizzata per decidere le rotte delle navi rispetto ai sequestri o rispetto al percorso meno pericoloso per loro.
E poi c’è una camorra di strada. Io quando sono arrivato a Napoli non sapevo cosa fossero le “stese”. Ecco, immaginavo questo: una piazza, entrano cinque o sei moto con due a bordo, una guida e l’altro spara all’altezza dell’uomo, e tutti giù per terra. Per me che vengo dalla Calabria è un qualcosa di impensabile, di inimmaginabile. Cioè, la ‘ndrangheta non avrebbe mai consentito una cosa del genere, perché la ‘ndrangheta vive di consenso popolare, e loro invece tendono a terrorizzare».
Sui minorenni e la trama del libro (la seconda possibilità:
«Questi sono la terza generazione di quelli che sono al 41 bis, questi ragazzi. E poi abbiamo il grande problema dei minorenni, e qui arriviamo al libro: cioè dei minorenni, dei ragazzi anche di undici anni, di dodici anni che sparano, che vengono utilizzati come vedette o come trasportatori, come garzoni per trasportare la cocaina da una parte all’altra. E allora poi questi vanno a finire nelle comunità, nelle case famiglie.
Noi, narrando queste storie di questi minorenni o di questi ragazzi che hanno sbagliato, che hanno commesso reati anche gravi, però in questo libro abbiamo voluto intrecciare il fine carriera di un Procuratore, del Procuratore di Milano, che scende in Calabria in pensione e, ammalato, dà la terra attorno alle radici e incomincia a coltivare la sua terra. Lì si incrocia, si incontra con questi ragazzi della comunità. E lui non parla molto, questo procuratore, e cerca di incuriosirli, di farli avvicinare, ma attraverso il lavoro.
È attraverso il lavoro che poi si fa nelle comunità terapeutiche con i tossicodipendenti: cosa si fa? Si fanno lavorare dalla mattina alla sera e poi si fa un’ora o due di psicoterapia, del simbolo di gruppo, per resettargli il cervello e quindi ripartire. Qui in questo libro abbiamo voluto narrare di ragazzi anche molto difficili. Tutti adulti dobbiamo dare a chi ha sbagliato una seconda possibilità, perché solo pensando ad una seconda possibilità possiamo recuperare una vita, e non solo per lui stesso. Questo non vuol dire il perdono all’infinito, questo vuol dire una seconda possibilità.»
Sul sistema giudiziario e la certezza della pena
«Poi bisogna incominciare a pensare a un sistema giudiziario proporzionato alla realtà criminale. Se ti vuoi educare è un problema tuo più avanti, ma non è che ogni minuto dobbiamo fare il perdono, altrimenti non siamo credibili.
Cioè, noi dobbiamo pensare a un sistema giudiziario nel rispetto della Costituzione, fare in modo, in tante di quelle modifiche, fino a quando diventi non conveniente delinquere. Chi commette un reato deve sapere quale sanzione rischia, e lo Stato è serio e credibile solo se cerca la sanzione. Ma ripeto, per noi è importante prima di ogni cosa dare una seconda possibilità a chi ha sbagliato».
Sulla coerenza dell’antimafia e la differenza tra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta
«Sento paura, forse è un elemento che conta e che rimane. Si muore per coerenza quando la coerenza è vera, quando non c’è un’antimafia che è solo di facciata o anche un’antimafia con la partita IVA. C’è anche l’antimafia che chiede soldi per fare progetti quasi inutili o che è sempre posizionata magari a livello governativo a prescindere di chi c’è al governo. Quella non è un’antimafia credibile. L’antimafia credibile è quella che si sporca le mani, che è coerente, che giorno per giorno perde posizioni, non si volta dall’altra parte e non prende posizione solo se davanti c’è una telecamera o c’è un giornalista, ma fa l’antimafia ogni giorno.
Cosa Nostra è stata narrata di più.La ‘ndrangheta è meno conosciuta e meno narrata perché la ‘ndrangheta non ha fatto l’errore che ha fatto Cosa Nostra con, ad esempio, lo stragismo. La ‘ndrangheta si è rivelata più intelligente di Cosa Nostra, perché nella stagione dello stragismo, dove tutto il mondo si è interessato a Cosa Nostra e alle stragi, lì lo Stato è stato costretto a reagire, ha mandato in Sicilia tutto e di più. E Riina si è rivelato un cretino. Riina non era una persona intelligente, era il capo di Cosa Nostra in quel momento storico, era un criminale che si era messo in testa che doveva dettare l’agenda allo Stato. Lo Stato ha reagito e ha vinto. Riina ha perso. Non perché ha perso perché poi sono stati arrestati, no: è morta quella Cosa Nostra. L’idea di quella Cosa Nostra è morta con le stragi di Capaci e di via D’Amelio, perché Riina ha dimostrato di non essere una persona intelligente, un criminale intelligente, perché non aveva avuto una visione.
Perché sei leader solo se hai una visione del futuro. Solo se il tuo gruppo, qualunque esso sia, industriale, culturale, politico o criminale, devi sapere in che direzione va da qui a cinque anni. Riina non aveva questa visione, è andato a sbattere nel muro. Riina ha sbagliato i calcoli e quindi quella Cosa Nostra è andata a sbattere nel muro e quella Cosa Nostra non c’è più, cioè non è stata più seguita perché ha creato solo terrore, e quindi ha sbagliato, non ha avuto visioni.
E allora la gente, invece, come Peppino Impastato, che apparentemente era un folle, un pazzo che urlava alla radio, che urlava dal balcone, dalla finestra, che derideva i mafiosi, è stato ucciso, hanno cercato di mascherare quell’omicidio di mafia, ma poi lui ha vinto. Ha vinto perché è rimasta la memoria, perché oggi e noi stasera stiamo parlando di lui».
Sull’omaggio a Carlo Maria e l’amore per la terra
«Carlo Maria intanto è un grande, e lo è stato perché purtroppo questo inverno è morto bruciato. Era un anziano solo in casa, da una stufa difettosa, ed è morto bruciato. Questo era Carlo Maria. Era un grandissimo professore universitario dello Stato di Palermo, noi ci siamo nutriti con i suoi libri. Almeno i primi sei o sette libri… questo per me è il ventiseiesimo o ventisettesimo, e almeno nei primi dieci libri noi abbiamo studiato le sue analisi, la sua filosofia, i suoi ragionamenti. Lui è entrato nelle pieghe, nell’intimo, ha fatto l’esegesi delle mafie, di Cosa Nostra, e quindi volevamo omaggiarlo col suo nome e cognome, dandogli al procuratore il nome e cognome di questo professore, di questo nostro amico mio.
Io amo la terra, tutti lo sanno, l’agricoltura, la campagna per me è il mio psichiatra. Quando io vado e tocco la terra, vado in campagna, mi ossigeno. C’è tanto l’amore per la terra dei miei genitori, e anche la competenza, perché dovete sapere che io sono un bravo contadino infiltrato in magistratura».
Com’è nata l’attività letteraria e il successo del primo libro
«Com’è nato il primo libro, Fratelli di sangue? Io mi trovavo a Rimini. Vengo invitato a parlare e al mio tavolo c’era un professore universitario molto famoso all’epoca, veniva chiamato ovunque quale esperto di ‘ndrangheta ed era anche consulente di Regioni e di Province. Si mette a parlare e vedevo che lui usava indifferentemente il termine “locale” o “ndrina”, che sono cose diverse, molto diverse (e ci vorrebbe mezz’ora a spiegare la differenza tra locale e ‘ndrina).Io d’istinto lo guardo. Lui, anziché stare zitto, mi guarda e dice: “Dottore…”. E io dico: “Guarda, veramente non sono la stessa cosa”. E lui insisteva. Allora ho detto: ma è possibile mai che questo professore universitario insegna all’università anche al Nord e dice queste sciocchezze?
Allora chiamo Nicaso, che allora era in America, era un giornalista, scriveva, era direttore del Corriere Canadese ed era direttore in una televisione privata locale. Lo chiamo e gli dico questa cosa, e lui dice: “Ma tu davvero?”. Gli dico di sì, perché infatti poi abbiamo discusso. E allora incomincio a raccogliere dati (allora non c’erano i computer), incomincio a raccogliere i rapporti di polizia giudiziaria e le prime dichiarazioni. Quindi raccogliamo questo materiale, troviamo dei codici della ‘ndrangheta antichi, anche di inizio Novecento, e ci mettiamo a scrivere il primo libro, cioè Fratelli di sangue.
In pratica abbiamo impiegato tre anni a scriverlo perché non sapevamo scrivere. Avevamo scritto un libro di 740 pagine che sembrava un vocabolario, perché avevamo tanti dati. Poi, ovviamente, per motivi vari la cosa simpatica qual è stata? Questo libro l’abbiamo mandato a tanti editori: a Mondadori, Rizzoli, Einaudi, Laterza e nessuno vedeva la differenza tra il suo libro e questo qui, ci hanno chiuso tutte le porte. Poi andiamo da una piccola casa editrice a carattere regionale, la Pellegrini di Cosenza (persone squisite, famiglia meravigliosa), e ci pubblicò questo libro. Questo libro in poco tempo diventa un successo, vende 60.000 copie all’epoca. A quel punto si accorgono Rizzoli e Mondadori, si mettono in competizione tutti e due, volevano comprarsi i diritti. E Mondadori ha detto: “A voi chi vi garantisce il massimo della retribuzione?”. E quindi abbiamo ceduto i diritti a Mondadori, e per ora siamo rimasti con Mondadori, sono passati anni».
Su Leonardo Sciascia, Ennio Flaiano e la mimica delle parole
«Io ho un debole per Leonardo Sciascia, che ritengo sia una delle persone più intelligenti del Novecento. Todo modo è ancora attuale.
Parlando di grandi intellettuali, Ennio Flaiano era un uomo di grande intelligenza, soprattutto fine, acuto. A me interessano poco le parole, a me interessa molto l’espressione, la postura e la mimica di chi parla, per capire quanta verità c’è in quelle parole o quanto mi stanno nascondendo, cosa mi stanno nascondendo».
Il Premio della Presidenza è andato a Mario Andreose con il libro “Un’educazione veneziana”, edito da La Nave di Teseo, un romanzo sul dopoguerra italiano, le macerie del conflitto e l’emozione della ricostruzione. Ad Andreose, figura centrale dell’editoria italiana, è stato inoltre riconosciuto lo straordinario merito di aver riorganizzato l’opera omnia di Ennio Flaiano nei Classici Bompiani.
Nel corso della serata è stato ricordato il fondatore dei Premi Flaiano Edoardo Tiboni, padre della presidente Carla Tiboni.
La giuria, presieduta da Anna Longoni, ha decretato vincitore della sezione Over 35 :
Matteo Nucci (al centro nella foto in basso) per “Platone” (edizioni Feltrinelli)
Un libro alto e appassionato, che indaga la vita di Platone, dalle prime inquietudini adolescenziali alla saggezza della maturità. Nucci, che oltre a essere scrittore è studioso del pensiero antico, con passione e insieme grande rigore, accompagna il lettore nella vita del filosofo greco, disegnando il ritratto di un uomo mosso, fin dall’adolescenza, dalla costante ricerca di un senso, diviso tra tensione conoscitiva e dubbi, tra sapienza ed eros.
Gli altri due finalisti:
Rosa Matteucci per “Cartagloria” (edito da Adelphi)
L’irriverenza del comico che inevitabilmente tocca di continuo le nostre vite è la linfa prima della scrittura di Rosa Matteucci. Narratrice raffinata, insolita, tagliente, è bravissima a trovare nell’ironia e nel grottesco i registri per raccontare le ferite e i grandi e piccoli traumi cui espongono i rapporti famigliari e le vicissitudini affettive.
Christian Raimo per “L’invenzione del colore” (edito da La Nave di Teseo)
Il romanzo si presenta come un’opera multiforme, capace di intrecciare il piano personale con quello collettivo. Al centro del racconto la figura di un padre, chimico presso la Technicolor di Roma, la cui vita professionale è legata all’evoluzione del colore nelle pellicole di grandi maestri: il protagonista, riflesso letterario di un intellettuale militante e docente liceale, si mette sulle tracce del genitore scomparso cercando di conciliare la dedizione paterna all’azienda con le contraddizioni di un uomo che, da figlio di operai, si ritrova a gestire licenziamenti.
Michele Del Vecchio (nella foto in basso) ha ricevuto il pegaso d’oro per “La curvatura dell’orizzonte” (edito da Nutrimenti)
Un romanzo di formazione, ma anche noir e fiaba: una storia di scoperte e di crescita, che narra di confini e di passaggi, di amicizia ed emarginazione, di migranti e di criminalità organizzata. Sullo sfondo di un’isola che per confini ha il mare che, appunto, divide e unisce, muove i suoi passi incerti un’adolescente inquieta, che cerca un proprio modo di stare al mondo.
Le altre due finaliste:
Claudia Grande ( a sinistra nella foto in alto) per “Pornorama” (edito da Il Saggiatore)
Grande, al secondo libro, firma un noir grottesco e ambizioso ambientato in una Torino esoterica. L’ispettrice Vittoria De Feo indaga su una serie di morti sospette nel mondo del porno, scontrandosi con una società dove il consumismo cannibalizza i corpi. Tra chirurghi che commerciano feticci e influencer cocainomani, il romanzo esplora la “pornografia del dolore”, mostrandoci una collettività ossessionata dalla morte e assuefatta all’ingiustizia.
Lorenza Sabatino (a destra nella foto in alto) per “Il Miracolo” (edito da Guanda Narratori)
Sabatino racconta la storia di un miracolo, che forse miracolo non è, per indagare il mondo dei rapporti famigliari e insieme per offrire al lettore una riflessione in chiave antropologica su alcune interessanti dinamiche collettive.
Domenica 5 luglio, in piazza della Rinascita a Pescara, si terrà la cerimonia conclusiva e la premiazione dei vincitori delle sezioni Cinema, Teatro, Televisione e Giornalismo che Rete8 seguirà in diretta.
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