Carabiniere ucciso dalle BR, due ergastoli

Il passato che ritorna. Ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, 21 anni per Lauro Azzolini. Sono le condanne chieste ieri dalla pubblica accusa in Corte d’assise ad Alessandria ai tre ex brigatisti rossi processati per i fatti della Cascina Spiotta

Secondo l’accusa sono colpevoli a titolo di concorso della sparatoria del 4 giugno 1975, dove morì l’appuntato abruzzese dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, 45 anni, padre di tre figli, originario di Penne. Per Lauro Azzolini, 83 anni, i pm hanno chiesto 21 anni di carcere con attenuanti. Azzolini, costretto dalle intercettazioni con trojan, ha ammesso di essere “Mister X”, il brigatista presente alla Spiotta con Margherita Cagòl. Già prosciolto nel 1987 per lo stesso fatto, fu rinviato a giudizio dopo che il fascicolo riemerse a seguito dell’esposto del figlio della vittima, nel 2021, che fornì nuovi spunti investigativi per la riapertura del caso. Azzolini in una udienza del processo si rivolse a lui dicendo “mi dispiace”.
Per i magistrati Curcio e Moretti non erano fisicamente sul posto, ma furono i mandanti del sequestro dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia, liberato la mattina dopo la sparatoria dietro richiesta di un miliardo di lire mai pagato. Nella stessa circostanza perse la vita anche Margherita “Mara” Cagòl, compagna di Curcio. Secondo l’accusa impartirono la direttiva brigatista di “fare fuoco per sfondare il blocco” in caso di accerchiamento. Il pm Gatti ha chiesto pene senza attenuanti per Curcio e Moretti, accusati di menzogne nell’interrogatorio e di ruolo apicale nelle Br, ma ha ricordato alla Corte che “le pene possono essere adattate” con strumenti come la continuazione. I familiari di D’Alfonso si sono costituiti parte civile chiedendo 4 milioni di risarcimento. Il 23 giugno parleranno le difese, sentenza attesa il 7 luglio. Il caso è rimasto per decenni senza una piena verità giudiziaria. A chiedere la riapertura delle indagini nel 2021, fornendo nuovi spunti investigativi, è stato proprio Bruno D’Alfonso che, insieme alla madre e alle sorelle Cinzia e Sonia, non ha mai perso la speranza di ottenere giustizia per suo padre. Si chiude forse uno dei capitoli più oscuri degli Anni di piombo.