Si è tenuto questa mattina a Pescara l’incontro-dibattito promosso da Sunia, Uniat, Unione Inquilini, Cgil Abruzzo Molise e Uil Abruzzo. Al centro della denuncia le criticità del provvedimento nazionale: fondi insufficienti, privatizzazioni, sfratti accelerati e il depotenziamento dei Comuni
Un duro e compatto “no” alle attuali linee programmatiche dell’esecutivo sul tema dell’abitare. Si è tenuto questa mattina a Pescara l’incontro-dibattito promosso da Sunia, Uniat, Unione Inquilini, CGIL Abruzzo Molise e Uil Abruzzo, i quali hanno bocciato senza appello le recenti misure nazionali affermando con forza: «Il Piano Casa dell’esecutivo è esattamente il contrario di quello che serve».
L’iniziativa ha rappresentato un importante momento di analisi e denuncia sulle criticità delle attuali politiche abitative, ponendo sotto la lente d’ingrandimento le crescenti difficoltà delle famiglie in affitto e l’emergenza in cui versano gli inquilini delle case popolari in Abruzzo e Molise. I promotori hanno rilanciato la necessità di un cambio di rotta radicale: la richiesta unanime è quella di un piano casa pubblico, sociale e partecipato, l’unico strumento ritenuto capace di rispondere in modo concreto e strutturale al grave disagio abitativo che colpisce i territori. Un provvedimento arrivato peraltro – come sottolineato dai sindacati – dopo mesi di annunci e senza alcun confronto preventivo con le parti sociali.
Significativi sono stati i contributi del presidente nazionale Uniat, Pietro Pellegrini, del segretario del Sunia Abruzzo Molise, Geppino Oleandro e di Walter Rapattoni, membro della segreteria nazionale dell’Unione Inquilini e coordinatore regionale per l’Abruzzo. Nei loro interventi è emersa la fotografia drammatica di un sistema alloggio in forte sofferenza, dove la carenza di investimenti pubblici reali rischia di scaricare i costi della crisi sociale interamente sulle fasce più deboli della popolazione.
Le conclusioni della mattinata sono state affidate a Carmine Ranieri, Segretario generale della Cgil Abruzzo Molise. Nel suo discorso di chiusura, Ranieri ha ribadito l’urgenza di non disperdere il patrimonio di idee emerso dal tavolo pescarese, confermando che la mobilitazione e il pressing sulle istituzioni locali e nazionali proseguiranno senza sosta: «Il diritto alla casa si difende e si conquista: la casa deve tornare a essere considerata un diritto sociale primario e non una merce».
Le promesse del Governo e la dura realtà del decreto:
durante il dibattito sono state sviscerate, punto per punto, le discrepanze tra le dichiarazioni del governo e l’effettivo impatto del decreto, evidenziando una forte spinta verso la speculazione e la privatizzazione a danno dell’edilizia pubblica.
Nuovi alloggi, fondi privati e speculazione:
a fronte della dichiarazione governativa di voler realizzare 100 mila alloggi in 10 anni e sostenere affitti “calmierati” ridotti del 30% rispetto al mercato, i Sindacati denunciano che le nuove case saranno in realtà realizzate attraverso fondi immobiliari privati partecipati da Cassa Depositi e Prestiti. Alloggi che, pur se destinati alla vendita o alla locazione a prezzi ridotti del 30%, rimarranno inaccessibili per la maggior parte della popolazione. I dati parlano chiaro: oggi un lavoratore, per ottenere un mutuo trentennale di 170 mila euro, deve avere entrate per almeno 1.800 euro netti mensili; con gli stipendi attuali, moltissimi lavoratori non riescono a sostenere nemmeno un affitto superiore ai 700 euro mensili.
Il nodo del recupero alloggi e le risorse insufficienti:
il governo dichiara di voler recuperare 60 mila alloggi ERP (Edilizia Residenziale Pubblica) sfitti, ma le risorse stanziate sono distribuite in 5 anni e, realisticamente, consentiranno di recuperarne meno di 30 mila, a fronte di circa 100 mila alloggi pubblici sfitti e inabitabili a livello nazionale. Resta inoltre l’incognita su quale quota di recupero sarà effettivamente destinata all’ERP e quale al social housing.
La vendita delle case popolari:
sotto la bandiera dell’aiuto alle famiglie per l’acquisto della casa e dell’aumento delle tutele, il decreto prevede in realtà la vendita degli alloggi ERP a prezzo di mercato. Una mossa definita dai Sindacati come un mero tentativo di “fare cassa” che ridurrà il patrimonio pubblico anziché aumentarlo. I ricavi serviranno a coprire i deficit degli enti gestori e il fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, riducendo drasticamente la possibilità di accedere a una casa popolare a fronte di ben 650 mila domande inevase in Italia. Si ignora, inoltre, che il 60% degli attuali assegnatari è pensionato e non ha la capacità economica di riscattare l’immobile.
Sfratti immediati e il “gioco delle tre carte” sulla morosità:
sul fronte dell’emergenza abitativa, il governo accelera le procedure di sfratto per finita locazione mentre rallentano il recupero e la costruzione degli alloggi. Cresce la preoccupante trasformazione degli immobili verso gli affitti brevi, privando i Comuni di strumenti adeguati per favorire la locazione stabile.
Inoltre, la promessa di istituire un fondo per la “morosità incolpevole” degli assegnatari ERP si rivela un paradosso: sarà finanziato sottraendo risorse al fondo nazionale per il sostegno all’affitto degli inquilini privati, e alimentato dalle quote dei canoni degli stessi inquilini delle case popolari. Il risultato? Meno risorse per autofinanziare il comparto ERP, meno fondi per la manutenzione degli alloggi pubblici e maggiori rischi di un aumento dei canoni ERP. I poveri, in sostanza, pagheranno i canoni dei poveri.
Semplificazione: commissari straordinari e meno poteri ai Comuni
La semplificazione promessa dall’esecutivo si traduce nella nomina di due commissari con poteri speciali, della durata di 2 anni e con retribuzione fissata da un apposito capitolo di spesa. Tali figure potranno derogare alla pianificazione urbanistica comunale e regionale, centralizzando le decisioni e svuotando di funzioni gli enti locali (Comuni e Regioni). Resta il pesante interrogativo sindacale: se gli interventi dureranno 10 anni, chi gestirà davvero le opere dopo il biennio di commissariamento?
Cosa serve davvero: la piattaforma dei sindacati
I sindacati degli inquilini hanno tracciato una linea netta su ciò che serve realmente per contrastare l’emergenza casa, contrapponendola alle scelte governative che continuano a destinare risorse a fondi e operatori privati, marginalizzando gli enti pubblici (ex IACP) che possiedono le competenze per realizzare alloggi sociali a canone sostenibile. La piattaforma rivendica:
Il recupero reale del patrimonio ERP esistente;
Il rifinanziamento del fondo di sostegno agli affitti;
Interventi fiscali strutturali per favorire la locazione stabile;
Una riforma profonda delle locazioni private;
Una legge quadro sull’edilizia residenziale pubblica;
L’utilizzo effettivo degli alloggi privati sfitti;
Un confronto costante e permanente con i sindacati degli inquilini, dei lavoratori e con tutte le parti sociali.
