Riforma istituti tecnici, Cgil Chieti: «Taglio al futuro e perdita di lavoratori»

La riforma degli istituti tecnici finisce sotto accusa: per la Cgil di Chieti sarebbe «un taglio al futuro tra “mutilazioni” disciplinari e perdita di posti di lavoro. Non un semplice riordino, ma un vero e proprio “intervento immotivato” che rischia di scardinare l’identità dell’istruzione tecnica italiana»

La FLC CGIL di Chieti rilancia l’allarme sulla riforma degli istituti tecnici, denunciando una deriva che sacrifica la formazione generale e l’autonomia scolastica sull’altare di un “asservimento” alle logiche di mercato e ai fabbisogni temporanei delle imprese che, nel quadro odierno delle relazioni industriali di questo territorio, evidenzia ancora di più la visione provinciale e la mancanza di una visione strategica che guardi alle sfide future a cui i nostri studenti dovranno far fronte.

Dietro la narrazione del potenziamento tecnologico si nasconde una realtà di tagli drastici.

Il cuore del settore tecnologico-ambientale viene colpito duramente: in particolare A50, A34, A20 e A37, l’ambito delle scienze sperimentali subisce una perdita secca di ben 231 ore nel biennio, scendendo da 528 a 297 ore complessive. Non va meglio per le materie d’indirizzo storiche: la disciplina Tecnologia e Tecniche di rappresentazione grafica (TTRG) vede svanire il 50% delle proprie ore. L’irrazionalità della riforma non risparmia nemmeno la cultura di base. In un paradosso pedagogico, proprio nell’anno dell’Esame di Stato, il monte ore di Lingua e letteratura italiana viene decurtato di 33 ore a mentre l’avvento dell’IA necessità di capacita critiche e linguistiche proprie delle discipline umanistiche.

Anche la matematica specialistica arretra, i complementi di matematica scompaiono quasi totalmente dal triennio in molti percorsi.

I numeri nel loro complesso sono spietati; l’impatto sugli organici disegna uno scenario di crisi occupazionale mascherata da flessibilità. Le nostre proiezioni per l’anno scolastico 2030/31 sono inequivocabili.

A pagare il prezzo più alto saranno i docenti della Tabella A (teorici laureati), per i quali si stima un taglio di 1.680 unità a livello nazionale. Questo decremento è solo parzialmente compensato da un aumento dei docenti tecnico-pratici (Tabella B), utilizzati spesso per coprire ore di compresenza introdotte come ammortizzatore sociale per evitare esuberi immediati, piuttosto che per un reale potenziamento della didattica. Va ricordato che queste classi di concorso erano state pesantemente penalizzate dalla precedente riforma Gelmini.

Sullo sfondo, resta la soppressione di circa 300 classi tra il settore economico e quello tecnologico. Il quadro che ne emerge è inquietante. È quello di una scuola “localistica” e a rischio di discriminazione. Proprio rispetto al tema della territorializzazione si elude una visione complessa e complessiva del sistema scuola e delle sue criticità.

Spostando fino al 23,3% del monte ore del quinto anno verso la “quota a disposizione della scuola”, la riforma consegna una fetta enorme del curricolo alle esigenze delle imprese del territorio, questo modello crea una frammentazione del sistema nazionale e il rischio concreto di una discriminazione delle possibilità di apprendimento degli studenti, con effetti che potrebbero accentuare il divario tra Nord e Sud del Paese.

L’introduzione di certificazioni di “micro-competenze” intermedie è un ulteriore segnale della svalutazione del valore generale del titolo di studio che questo governo sta perseguendo.