Doveva entrare nel vivo da oggi ad Avezzano il processo per la morte dell’orsa Amarena, uccisa nel 2023 a San Benedetto dei Marsi, ma il giudice rinvia
Il procedimento penale è contro Andrea Leombruni, fu lui a sparare all’orsa che si aggirava nei pressi della sua abitazione. L’uomo è stato rinviato a giudizio lo scorso 26 settembre con l’accusa di uccisione di animale, con aggravante della crudeltà, ed esplosione di colpi d’arma da fuoco in luogo abitato.
Era la notte tra il 31 agosto e il primo settembre 2023 quando l’orsa Amarena venne uccisa a fucilate in una zona periferica di San Benedetto dei Marsi, fuori dal Parco, mentre predava galline insieme ai suoi due nuovi cuccioli. Inizialmente si persero le tracce dei figli dell’orsa, poi furono localizzati e monitorati a distanza dal Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise.
La prima udienza dibattimentale si è tenuta oggi al Tribunale di Avezzano (giudice Francesca D’Orazio). L’appuntamento segue le prime quattro udienze preliminari che si sono tenute presso lo stesso Tribunale tra il dicembre del 2024 e il settembre del 2025.
Il giudice D’Orazio ha accolto un’eccezione sollevata dalla difesa dell’imputato, dichiarando la nullità del decreto di citazione a giudizio e disponendo la restituzione degli atti alla Procura per la loro riformulazione e nuova notifica. Di conseguenza, il dibattimento non si è aperto oggi e bisognerà attendere le determinazioni della Procura.
Diverse associazioni hanno deciso di costituirsi come parti civili insieme a quaranta tra Enti. Nella precedente udienza del 26 settembre il giudice Giampiero Lattanzio ha respinto tutte le eccezioni presentate dalla difesa dell’imputato. I legali di Leombruni, Berardino Terra e Stefano Guanciale, avevano chiesto di dichiarare la nullità degli atti di polizia giudiziaria dei Carabinieri relativi ai sopralluoghi effettuati sul posto nell’immediatezza dei fatti (alle ore 1:23 del 1° settembre 2023). Chiesto, e respinto, anche l’annullamento di tutti gli atti successivi in quanto privi di preavviso all’imputato (che in quel momento non era ancora neppure indagato). Respinta anche la richiesta di dissequestro dell’arma utilizzata per commettere i reati contestati.
La giudice Francesca D’Orazio oggi ha accolto l’eccezione di nullità della citazione a giudizio,
sollevata in aula, rilevando che l’atto redatto dalla Procura risultava incompleto sotto il profilo formale. Tale vizio, secondo la giudice, determina la nullità dell’intero procedimento nella sua fase introduttiva, rendendo necessario il rinnovo degli atti. Il processo, dunque, dovrà ripartire
dall’inizio, con un nuovo atto di citazione e la fissazione di una successiva udienza.
Erano circa cinquanta gli enti e le associazioni ambientaliste costituiti parte civile, insieme alla Regione Abruzzo. Tra questi il Pnalm, il Comune di Villalago, Lav, Wwf Italia, Enpa, Oipa, oltre a numerose altre organizzazioni impegnate nella tutela della fauna selvatica. L’imputato deve
rispondere del reato di uccisione di animali, con l’aggravante della crudeltà, in relazione all’abbattimento di un orso bruno marsicano, sottospecie protetta e a rischio di estinzione.
L’associazione Appennino Ecosistema chiede al Pubblico Ministero di procedere penalmente contro il responsabile della morte dell’orsa Amarena non solo per uccisione di animali (applicabile a chiunque uccida un animale senza necessità o per crudeltà, reato punibile la reclusione da 4 mesi a 2 anni e che necessita la dimostrazione del dolo), ma anche per altri due reati: uccisione di specie selvatiche animali protette e inquinamento ambientale.
L’uccisione di specie selvatiche protette fa riferimento all’articolo 727-bis del codice penale che vieta l’uccisione di esemplari appartenenti ad una specie animale selvatica protetta. La pena prevede l’arresto da 1 a 6 mesi o l’ammenda fino a € 4.000 (in questo caso senza necessità di dover dimostrare il dolo). L’inquinamento ambientale è punito con la reclusione da 2 a 6 anni e con la multa da € 10.000 a 100.000. Il reato riguarda “chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili di un ecosistema, della biodiversità, della flora o della fauna”. L’introduzione di questi due reati nel nostro ordinamento è relativamente recente (2011 il primo e 2015 il secondo) e ha recepito la Direttiva UE sulla tutela penale dell’ambiente.
Il presidente di Appennino Ecosistema, il giuri-ecologo Bruno Petriccione, spiega:
“L’uccisione di una femmina di orso bruno marsicano, entità biologica gravemente minacciata di estinzione e per questo tutelata in modo prioritario a livello nazionale, europeo e mondiale, costituisce certamente una gravissima minaccia ed un grave danno concreto alle possibilità di sopravvivenza dell’orso bruno marsicano (decurtando la sua già esigua popolazione del 5%) e quindi un grave danno al suo habitat, all’ecosistema del quale è parte fondamentale ed in generale alla biodiversità di tutti gli Appennini Centrali.
I nuovi gravi reati di delitto ambientale citati sono stati introdotti solo nel 2015 nel nostro ordinamento giuridico a seguito della paventata apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia, da parte della Commissione Europea, per l’insufficienza delle norme penali italiane poste a tutela dell’enorme patrimonio di biodiversità dell’UE, successivamente alla precedente uccisione volontaria di un orso bruno marsicano, rimasta impunita, avvenuta a Pettorano sul Gizio nel 2014. Porre allo stesso livello l’offensività dell’uccisione di un orso bruno marsicano e quella di una gallina sarebbe un assurdo giuridico, oltre che una gravissima offesa a tutti i cittadini onesti e rispettosi della fauna e della flora selvatiche, che continuano a sforzarsi di far parte di comunità umane in equilibrio con tutte le altre componenti dell’ecosistema”.
Anche Leal – Lega Antivivisezionista – che da subito ha sporto denuncia e lavorato per portare a processo il responsabile, è stata ammessa come parte civile. L’associazione sottolinea che la morte di Amarena rappresenta un danno ambientale enorme: ha eliminato una femmina riproduttiva di una popolazione di appena una sessantina di orsi marsicani, la popolazione di plantigradi più rara del mondo e rigorosamente protetta.
L’uccisione avrebbe compromesso la crescita demografica e genetica di un animale-chiave dell’ecosistema e simbolo di convivenza responsabile. Amarena è stata sottratta alla specie insieme a una parte insostituibile del suo futuro biologico.
“La condotta dell’imputato – dichiara Aurora Rosaria Loprete, legale Leal – non ha alcuna giustificazione, come ben evidenziato nei capi di imputazione. Amarena è stata colpita alle spalle, con colpi di fucile caricati con munizioni artigianali atte a recare il massimo danno, in spregio della presenza di due cuccioli non autosufficienti. Inoltre i colpi sono stati esplosi ad altezza uomo, creando pericolo per la pubblica incolumità. Combatteremo fino in fondo per ottenere una pena esemplare”.
Tra le parti civili ammesse c’è anche l’Enpa, insieme ad altre 47 associazioni.
“La richiesta di giustizia per Amarena, per i suoi cuccioli e per tutta la popolazione degli Orsi Marsicani non si arresta davanti a un rinvio per motivi procedurali. Continueremo a seguire ogni passaggio con attenzione e determinazione, come facciamo da sempre per la tutela dei plantigradi e del patrimonio naturale del nostro Paese”, dichiara Annamaria Procacci, responsabile Fauna Selvatica Enpa. “Amarena, i suoi piccoli e tutta la popolazione degli Orsi Marsicani meritano giustizia. Per questo Enpa è in prima linea, come lo è da sempre per tutti i plantigradi e per la fauna selvatica del nostro Paese. L’uccisione di una madre orsa, particolarmente importante perché prolifica e attenta nell’accudimento della prole, rappresenta un fatto gravissimo: pochissimi sono infatti gli esemplari di questa sottospecie preziosa a livello mondiale. Ma giustizia la meritano anche tutti quegli italiani che credono nel rispetto e nella convivenza con le altre forme di vita. Amarena era un simbolo del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, entrata nel cuore delle persone, dai residenti ai turisti, che avevano imparato a conoscere e rispettare questi animali fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi”.
