L’Aquila: in un Tribunale blindato l’attesa della sentenza del processo ai palestinesi

Palazzo di Giustizia blindato in attesa, dopo le 13, della sentenza in Corte d’Assise a L’Aquila nel processo ai tre palestinesi Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, accusati di associazione con finalità di terrorismo

Una vigilanza rafforzata oggi in Tribunale considerando che due magistrati sono sotto scorta, il sostituto procuratore Roberta D’Avolio che sostiene l’accusa e Giuseppe Romano Gargarella, presidente del collegio giudicante. Come sempre, davanti al Palazzo di Giustizia, c’è stato un sit-in a sostegno dei tre imputati come avvenuto in tutte le fasi del processo, manifestazioni che però si sono svolte sempre all’insegna della correttezza.

La Procura ha chiesto condanne fino a 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Doghmosh. La Corte d’Assise dell’Aquila è chiamata a pronunciarsi in un processo che incrocia anche il tema della qualificazione giuridica dei fatti contestati, tra terrorismo e azioni riconducibili a un contesto di conflitto.

L’inchiesta della Procura de L’Aquila prende avvio dopo una richiesta israeliana di arresto provvisorio a fini estradizionali del 24 gennaio 2024. Yaeesh è detenuto dallo stesso mese; la richiesta di estradizione è stata poi respinta il 12 marzo 2024, per il rischio di “trattamenti crudeli, disumani o degradanti” e “gravi violazioni dei diritti umani”. La Procura ha quindi aperto un procedimento in Italia e l’indagine è stata estesa a Irar e Doghmosh.

La difesa, dal canto suo, ha sempre contestato l’impianto accusatorio sostenendo che non sarebbero emersi elementi diretti di atti violenti contro civili attribuiti a Yaeesh e che, per Irar e Doghmosh, le contestazioni si baserebbero su chat e conversazioni in lingua araba, di cui i legati mettono in dubbio traduzione e interpretazione, richiamando delle perizie di parte. I legali Flavio Rossi Albertini e Ludovica Formoso hanno chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Processarli ha significato ignorare che le loro azioni siano state condotte a danno di una potenza occupante, la cui presenza in quei territori è stata più volte dichiarata una violazione del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli.

Nel corso del dibattimento, la difesa ha contestato l’impianto accusatorio, sostenendo che non sarebbero emersi elementi diretti di atti violenti contro civili attribuibili a Yaeesh e che, per Irar e Doghmosh, le contestazioni si baserebbero soprattutto su chat e conversazioni in lingua araba, di cui i legali mettono in dubbio traduzione e interpretazione, richiamando perizie di parte. I difensori hanno chiesto l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”; in subordine è stata avanzata una richiesta di riduzione della pena per Yaeesh.

 

 

 

 

 

Barbara Orsini: