Teramo, dalla necropoli della Cona emergono dati sui riti di cremazione

Per molto tempo si è pensato che il fuoco cancellasse tutto. Che la cremazione, pratica diffusa nel mondo romano, riducesse i resti umani a tracce mute, incapaci di restituire informazioni utili

Oggi questa convinzione viene messa in discussione da nuove ricerche e uno dei casi più significativi arriva dalla necropoli romano-imperiale della Cona, nel comune di Teramo.
Uno studio pubblicato sulla rivista PLoS ONE e coordinato dalla ricercatrice Melania Gigante ha riportato questo sito al centro del dibattito bioarcheologico. L’indagine si è concentrata su resti cremati databili tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., offrendo una prospettiva nuova sulle pratiche funerarie dell’Italia centro-adriatica.
Il lavoro, frutto della collaborazione tra l’Università degli Studi di Padova, La Sapienza di Roma, l’Università di Bologna, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per L’Aquila e Teramo e l’Accademia Polacca delle Scienze, ha dimostrato che dietro ogni sepoltura esisteva una logica precisa.
Dopo la cremazione, le ossa non venivano raccolte in modo casuale. Al contrario, emerge un comportamento rituale riconducibile all’ossilegium: una selezione accurata dei resti, con una preferenza evidente per frammenti di cranio e ossa lunghe. Questo dato suggerisce una forte componente simbolica nella gestione del corpo dopo la morte.
Accanto ai resti umani, gli archeologi hanno individuato anche ossa animali combuste — in particolare di ovicaprini, suini, galli e persino molluschi. Questi elementi sono stati interpretati come offerte rituali, indizi di pratiche funerarie complesse in cui il pasto e il sacrificio avevano un ruolo centrale.
Il vero salto di qualità, però, riguarda il metodo. Grazie a indagini macroscopiche e analisi istologiche condotte nei laboratori della Sapienza, è stato possibile distinguere con precisione tra resti umani e animali e stimare l’età alla morte degli individui. Ma soprattutto, è emerso un dato sorprendente: la combustione non distrugge completamente la struttura dell’osso.
Anche dopo il passaggio attraverso il fuoco, infatti, l’osso conserva tracce leggibili della propria microstruttura. In altre parole, continua a raccontare la storia biologica dell’individuo, offrendo agli studiosi informazioni preziose su età, condizioni di vita e pratiche funerarie.
Il caso della teramano dimostra quindi che le necropoli a cremazione non sono archivi “compromessi”, ma fonti ricchissime, capaci di restituire una narrazione dettagliata delle comunità antiche.

Federico Di Luigi: