Criticata dai parenti delle vittime per le lacrime versate ascoltando la sentenza che ha assolto il suo assistito, l’avvocata Valentini spiega
L’avvocata è stata criticata in aula dopo la sentenza nell’appello bis Rigopiano che ha assolto l’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta. Ora spiega meglio le ragioni del suo pianto:
«Mi sono commossa per la giustizia, per la consapevolezza di aver raggiunto un risultato e per vedere che una volta tanto il sistema funziona, seppure dopo nove anni. – ha dichiarato – La mia reazione non ha nulla a che vedere con l’emotività del momento, ma con la pura e semplice chimica: endorfine, ossitocina, il pianto talvolta ha questo effetto. Per me un innocente che viene assolto è una conquista per tutti, le mie lacrime sono dovute, visto che parliamo di giustizia».
Secondo Valentini, “la responsabilità non può sempre essere del primo cittadino, come è stato sin qui per la Protezione civile italiana”. L’esito della vicenda giudiziaria, a nove anni dalla tragedia dell’hotel Rigopiano – travolto e distrutto da una valanga il 18 gennaio 2017 – arriva anche in relazione alla scelta della difesa di rinunciare alla prescrizione per puntare all’accertamento dei fatti.
«Il sindaco fin dall’inizio ci ha dato un mandato esplicito, espresso, scritto e depositato nel fascicolo: ricercare la verità dei fatti, a prescindere dalle responsabilità. – spiega l’avvocato Massimo Manieri dello stesso collegio difensivo – La verità si cerca esponendosi agli esiti,
non cercando scorciatoie».
Per il difensore Goffredo Tatozzi, “abbiamo cercato di far comprendere ai giudici quale fosse la catena delle responsabilità nella prevenzione di questi eventi, partendo dalla Regione e dalla normativa, in particolare dalla legge che prevedeva la carta di localizzazione dei pericoli da valanga”.
Lo stesso ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, ha commentato all’ANSA la sua assoluzione:
«Ho vissuto una lunga attesa, nella consapevolezza che il dolore più grande resta quello delle vittime e per il territorio, che ha vissuto una strage così importante per un paese così piccolo. Accanto al lutto, il peso di un iter processuale durato quasi un decennio: nove lunghi anni fatti di sofferenza, anche dopo le condanne di primo e secondo grado, e di una ricerca della verità che non si è mai interrotta».
Una fase processuale segnata anche dalla scelta di rinunciare alla prescrizione.
«È stata una decisione difficile ma doverosa, per non lasciare ombre su una verità giudiziaria che altrimenti non sarebbe stata mai pronunciata. La mia famiglia ha sofferto molto più di me. Mi ha moglie Mara e i miei figli mi hanno sempre sostenuto e incoraggiato a fare la scelta giusta» sottolinea l’ex primo cittadino che all’epoca dei fatti aveva 31 anni.
Quanto alle reazioni emotive emerse dopo la sentenza, Lacchetta invita a distinguere:
«Il dolore dei familiari non è paragonabile a una commozione legata alla tensione accumulata in questi anni».
Infine, il significato più ampio della decisione:
«È una sentenza che va a favore dei sindaci, soprattutto dei piccoli comuni, che oggi forse sono meno abbandonati a loro stessi. Non può essere tutto in carico a un singolo amministratore».
