Penne: Cas di Collalto, presidio di pace e solidarietà per centinaia di ucraini

ieri a Penne il saluto commosso agli ultimi ucraini che hanno lasciato la Comunità d’accoglienza di Collalto dopo diversi mesi. Un presidio di pace e solidarietà, ha ricordato il sindaco Petrucci, contro gli orrori della guerra.

Tra il 2022 e il 2025 il CAS Collalto ha rappresentato un presidio fondamentale per l’accoglienza dei cittadini ucraini in fuga dal conflitto armato, inserendosi all’interno di un sistema di risposta chiamato a coniugare tempestività, tutela delle persone e costruzione di percorsi sostenibili nel tempo. Nel periodo considerato sono stati accolti oltre 100 beneficiari presso la struttura di Penne:

“Adulti, anziani, nuclei familiari, bambini molto piccoli – alcuni di appena tre anni – e persino nati direttamente a Pescara. Ognuno portatore di una storia unica, di bisogni differenti e di aspettative spesso segnate dalla perdita, dallo sradicamento e dall’incertezza – ha ricordato il sindaco di Penne Gilberto Petrucci – Parlare di accoglienza dei rifugiati significa andare ben oltre la messa a disposizione di un alloggio o la gestione di una fase emergenziale. Significa offrire uno spazio sicuro in cui ricostruire una quotidianità interrotta, accompagnare le persone nella comprensione di un nuovo contesto sociale e culturale, favorire l’accesso ai servizi, allo studio, al lavoro e, soprattutto, alle relazioni. L’accoglienza è un processo complesso e delicato, che richiede tempo, competenze professionali e una forte capacità di adattamento, tanto da parte di chi arriva quanto da parte delle comunità che accolgono.”

In questo senso, i tempi di permanenza registrati all’interno del CAS Collalto restituiscono una fotografia articolata e realistica dei percorsi di accoglienza. La permanenza media è stata pari a 185,9 giorni, ma il dato numerico, da solo, non è sufficiente a restituire la complessità delle situazioni affrontate. Accanto a permanenze molto brevi, legate a ricongiungimenti familiari o a scelte autonome immediate, si sono registrate anche permanenze più lunghe, fino a un massimo di 1.274 giorni, necessarie per consentire alle persone di superare fragilità profonde, apprendere la lingua, orientarsi nel nuovo contesto e costruire reali prospettive di autonomia. Attualmente 13 persone risultano ancora presenti in struttura e saranno a breve inserite nel sistema SAI – Sistema di Accoglienza e Integrazione, a conferma di un percorso che non si interrompe, ma evolve verso forme più strutturate e stabili di inclusione. Gli altri beneficiari hanno concluso il proprio percorso all’interno del CAS: alcuni attraverso una rinuncia volontaria all’accoglienza, avviandosi verso percorsi di autonomia, altri – in numero molto limitato (9 persone) – mediante trasferimenti verso strutture più idonee a rispondere a esigenze specifiche. Un dato particolarmente significativo riguarda le scelte di vita successive all’uscita dal CAS. Sulla base delle destinazioni dichiarate, si stima che oltre un terzo delle persone accolte abbia scelto di restare nel territorio vestino, avviando qui una nuova fase della propria esistenza. Un indicatore concreto della capacità del territorio non solo di accogliere, ma di trattenere, offrendo opportunità, relazioni e condizioni favorevoli all’integrazione. Dallo sport allo studio: un percorso di crescita e responsabilizzazione Tra le esperienze più rappresentative vi è quella di un giovane arrivato in Italia in età adolescenziale a seguito dello scoppio del conflitto, accolto nel CAS per un periodo prolungato. In questo caso, la durata della permanenza non è stata indice di immobilità, ma di un percorso graduale e strutturato, necessario per accompagnare una fase particolarmente delicata di crescita personale e formativa. Fin dai primi mesi, il giovane ha dimostrato una spiccata capacità di adattamento e una forte
motivazione all’integrazione, trovando nello sport uno strumento privilegiato di inclusione. L’ingresso nel settore giovanile del Pescara Calcio ha rappresentato non solo un’opportunità sportiva, ma anche un’importante occasione educativa, capace di trasmettere disciplina, senso di appartenenza e responsabilità. Parallelamente, è stato sostenuto nel percorso scolastico, culminato con il diploma presso l’Istituto Tecnico Commerciale “Guglielmo Marconi” di Penne. Oggi ha intrapreso un percorso universitario presso La Sapienza di Roma, nel corso di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Il CAS ha accompagnato l’intero nucleo monoparentale – madre, figlio e figlia ancora frequentante la scuola media a Penne – sostenendolo nelle scelte formative e facilitando l’accesso a borse di studio e alla casa dello studente. Un esempio concreto di come un accompagnamento mirato possa trasformare una condizione di vulnerabilità in un progetto di vita autonomo e consapevole. Restare per scelta: quando l’integrazione diventa amore, radicamento e futuro Tra le storie emerse dal percorso di accoglienza del CAS Collalto, ve n’è una che racconta con particolare forza come l’integrazione possa trasformarsi in appartenenza profonda, fino a diventare progetto di vita condiviso. Protagonista è una giovane giornalista, costretta a lasciare l’Ucraina a causa del conflitto armato e accolta inizialmente presso il CAS. Per lei l’arrivo non è stato soltanto un approdo fisico, ma un tempo sospeso, fragile, segnato dalla distanza dagli affetti e dall’incertezza sul domani. Nonostante parte della sua famiglia sia stata costretta a rientrare in Ucraina per motivi personali, la sua storia non si è fermata alla separazione. È proprio in quel tempo incerto, fatto di attese e ricostruzioni lente, che ha iniziato a tessersi qualcosa di inatteso. Nel quotidiano dell’accoglienza – nei gesti semplici, nelle parole scambiate, nelle relazioni nate senza forzature – è sbocciato un incontro. Un incontro che non ha cancellato il dolore della fuga, ma lo ha attraversato, trasformandolo. L’amore, in questo caso, non è stato evasione o rifugio, ma scelta consapevole: la decisione di restare, di radicarsi, di immaginare il futuro non altrove, ma lì dove la vita aveva offerto una seconda possibilità. Oggi i due giovani, poco più che trentenni, vivono stabilmente nel territorio vestino e hanno acquistato casa insieme. Un gesto che va oltre il significato materiale dell’abitare: è un atto di fiducia nel luogo, nella comunità, nel tempo che verrà. La loro storia racconta come l’integrazione, quando è autentica, non si esaurisca nell’inserimento lavorativo o amministrativo, ma trovi il suo compimento nella possibilità di amare, di costruire legami e di scegliere di restare. In un contesto segnato dalla guerra e dalla perdita, questa esperienza restituisce una verità semplice e potente: anche quando tutto sembra spezzato, l’amore continua a trovare spazio. E quando trionfa, non lo fa contro qualcuno, ma per tutti, diventando ponte tra persone, culture e territori. Il lavoro silenzioso degli operatori Dietro questi percorsi non ci sono solo numeri o procedure, ma il lavoro quotidiano degli operatori dell’accoglienza: un lavoro spesso silenzioso, fatto di ascolto, mediazione, presenza costante e accompagnamento. L’esperienza del CAS Collalto ha dimostrato come l’empatia e la relazione umana siano strumenti fondamentali, capaci di affiancare – e talvolta superare – i limiti delle procedure e degli adempimenti burocratici. Tutto questo è stato possibile grazie al Comune di Penne, che ha voluto e sostenuto questa iniziativa in convenzione con la Prefettura di Pescara, dimostrando attenzione, responsabilità e visione. Il supporto dell’amministrazione comunale e la collaborazione con il territorio hanno consentito di trasformare un intervento emergenziale in un’esperienza strutturata e generativa.

Ieri il Sindaco di Penne Gilberto Petrucci si è recato al CAS COLLALTO per il salutare gli ultimi ospiti che sono partiti oggi:

“L’esperienza del CAS Collalto può essere considerata virtuosa sia dal punto di vista umano sia come occasione di crescita per l’intero territorio. Il confronto con altre culture, lingue e usanze ha arricchito la comunità locale, favorendo apertura, conoscenza reciproca e consapevolezza. Non a caso, il CAS Collalto continuerà per altri tre anni a occuparsi di accoglienza di migranti in senso più ampio. Quando l’accoglienza è accompagnata e condivisa, diventa un investimento sociale capace di produrre valore nel tempo. Oltre i numeri, restano le relazioni, le competenze acquisite e i legami costruiti. Perché dietro ogni persona accolta non c’è solo un bisogno, ma un potenziale che può crescere e contribuire allo sviluppo umano, sociale e culturale dei territori che sanno offrire spazio, ascolto e fiduci “

Luca Pompei: