“La pastorizia non ha più santi in paradiso”: parla Nunzio Marcelli, noto rappresentante della pastorizia in Abruzzo
Nunzio Marcelli è uno dei volti più autorevoli della pastorizia, in Abruzzo e non solo. Pastore, allevatore transumante, innovatore delle filiere corte e custode del mestiere antico, da decenni è un punto di riferimento nazionale per la difesa della montagna abitata e dell’agricoltura contadina.
È presidente del Consorzio di Tutela dell’Agnello IGP del Centro Italia, oltre che membro della Direzione Nazionale di Altragricoltura, fondatore dell’azienda agricola biologica La Porta dei Parchi, nota anche per l’iniziativa “Adotta una pecora”, e promotore di modelli di gestione del territorio che uniscono economia, ambiente e comunità.
Marcelli legge la crisi della pastorizia come una crisi politica, culturale e istituzionale. Per questo, nella sua veste di presidente del Consorzio di Tutela, ha scritto alla Regione Abruzzo per sollecitare un tavolo urgente.
Di seguito la lettera appello di Nunzio Marcelli:
“Perché la pastorizia non ha più santi in Paradiso? La pastorizia in Abruzzo non è in crisi: è stata abbandonata. E non per caso, ma per responsabilità precise, politiche e amministrative.
Per secoli ha rappresentato il cuore economico, sociale e culturale del territorio. Ha costruito il paesaggio, modellato gli ecosistemi, reso vive le aree interne. Oggi, invece, viene trattata come un residuo del passato, quando in realtà potrebbe essere una leva strategica per il futuro.
Le istituzioni, a tutti i livelli, hanno progressivamente smesso di occuparsene. Nessuna strategia nazionale, nessuna visione regionale, nessuna politica concreta dei territori. Al loro posto: burocrazia, vincoli, disinteresse e, troppo spesso, speculazioni legate ai titoli PAC che hanno trasformato il pascolo in una rendita e non in un’attività produttiva.
Ma il punto più grave è un altro: la totale incomprensione — quando non il vero e proprio contrasto — da parte di alcune politiche ambientali di stampo puramente protezionistico.
Si è costruita negli ultimi decenni una narrazione distorta: quella di un ambiente naturale “da conservare” come se fosse qualcosa di immobile e spontaneo. Si dimentica, o si finge di dimenticare, che gran parte del paesaggio che oggi viene tutelato è il risultato diretto di millenni di attività pastorale. I prati, i pascoli, gli equilibri ecologici che oggi consideriamo preziosi non sono diventati ciò che sono senza l’uomo: sono il prodotto della presenza costante dei pastori.
Eppure, proprio chi ha contribuito a creare questo equilibrio oggi viene escluso, limitato, ostacolato. Le aree protette diventano spesso luoghi in cui è più facile vietare che gestire, più semplice bloccare che integrare. Il risultato è paradossale: si tutela il paesaggio espellendo chi lo ha costruito.
A questo si aggiunge il degrado materiale: alpeggi abbandonati, capanne in rovina, totale assenza di servizi essenziali. Impianti di trasformazione chiusi o non disponibili per oneri aggiuntivi legati alla tracciabilità delle produzioni DOP/IGP. Nel 2026 ci sono ancora pastori che lavorano senza acqua, senza accessi adeguati, senza infrastrutture minime. Altro che transizione ecologica: qui manca ancora la civiltà di base.
E intanto si parla di sostenibilità.
La verità è che la pastorizia non è un problema ambientale: è una soluzione ambientale. Il pascolo gestito correttamente contribuisce al mantenimento degli ecosistemi, alla prevenzione degli incendi, alla biodiversità e persino al sequestro di CO₂. Non è un caso che a livello internazionale si stia tornando a riconoscerne il valore.
Allora la domanda è semplice: cosa si vuole fare?
Continuare a lasciare che questo settore venga svuotato, trasformato in occasione di rendita per pochi e abbandonato da chi dovrebbe governarlo? Oppure si vuole finalmente investire in un rilancio vero?
Perché le possibilità esistono: filiere corte, prodotti identitari come gli arrosticini, turismo esperienziale, presidio del territorio, occupazione nelle aree interne. Ma tutto questo non nasce da solo: richiede scelte politiche, investimenti, organizzazione.
Serve una rete che accompagni chi vuole fare pastorizia oggi: infrastrutture, assistenza tecnica, accesso ai mercati, valorizzazione del prodotto. Serve, soprattutto, un cambio di paradigma: riconoscere che senza pastori non esiste il paesaggio che si dice di voler difendere.
Per questo chiediamo con forza che Ministeri, Regioni, enti gestori delle aree protette e Comuni smettano di ignorare il problema e si assumano le proprie responsabilità.
La pastorizia non può essere lasciata a morire, né ridotta a strumento di speculazione sui contributi. Deve tornare a essere un’attività centrale, sostenuta, rispettata.
Perché senza pastorizia, l’Abruzzo perde non solo un pezzo della sua economia, ma una parte della sua identità più profonda.
Per questi motivi il Consorzio dell’IGP Agnello del Centro Italia ha chiesto all’assessorato all’Agricoltura e a quello alla Sanità la convocazione quanto prima di un tavolo per lo stato di crisi della zootecnia: restiamo in fiduciosa attesa della fissazione della data”.
Firmato da Nunzio Marcelli, presidente del Consorzio Tutela Agnello IGP Italia Centrale
