È necessario verificare lo stato psichico dei genitori della famiglia che viveva nel bosco a Palmoli, in provincia di Chieti.
A disporlo è il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila in un’ordinanza pubblicata oggi e riferita a Nathan Trevillion e Catherine Birmingham, oltre che ai figli. Intanto confermata la decisione di tenere i bambini nella casa famiglia di Vasto. Sono stati, intanto, concessi 4 mesi al perito indicato, Simona Ceccoli, per rispondere ai quesiti posti dai giudici. Il Tribunale dei minori dell’Aquila ha, inoltre, accertato che mancava la documentazione relativa alle necessarie autorizzazioni per le modifiche dell’abitazione. Questo elemento in contrasto agli argomenti posti dalla difesa che aveva confermato la disponibilità dei coniugi anglo-australiani a effettuare i lavori. Incertezze anche per il nuovo casolare visto che in passato la coppia ha lasciato perdere le sue tracce (così era accaduto un anno fa dopo l’avvio di approfondimenti da parte dei servizi sociali). Indice puntato anche sulla presunta lesione dl diritto all’istruzione dei figli o perlomeno della bambina più grande. Da qui il Tribunale ha, di fatto, espresso l’ esigenza di una «indagine personologica e psicodiagnostica» sui genitori e i bimbi-neo rurali del bosco di Palmoli (Chieti). Così hanno concluso i giudici del Tribunale dell’Aquila presieduto da Cecilia Angrisano. Si apprende inoltre che entro il 30 gennaio il
servizio sociale dovrà trasmettere una relazione di aggiornamento sugli interventi compiuti; il deposito di eventuali memorie è stato concesso alle parti fino al 15 febbraio.
Ancora diffidenza e carenze dei genitori della famiglia che viveva nel bosco a Palmoli: il quadro emerge dai contenuti dell’ordinanza del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila che ripercorre le varie tappe del caso
giudiziario, sottolineando le numerose criticità e la rigidità di Nathan e Catherine nel voler affrontare, di comune accordo con i servizi sociali, un percorso di socializzazione e scolarizzazione per i loro tre figli. In merito alla problematica della soluzione abitativa – la famiglia viveva in un casolare fatiscente – secondo i magistrati
“l’aspetto dell’idoneità dell’abitazione in rapporto alle esigenze di tutela dell’integrità fisica dei minori può essere
al momento trascurato, pur restando incerta la determinazione dei genitori a stabilizzarsi nella nuova abitazione, considerato che già in passato hanno presto abbandonato altra abitazione messa a loro disposizione”.
Per quanto riguarda invece la scolarizzazione, a dicembre è emersa “la lesione dei diritto all’istruzione dei figli, o
quantomeno della maggiore di essi” dopo le verifiche compiute nella casa-famiglia: la bambina non sa leggere, né scrivere. Il Tribunale ritiene necessaria la “formulazione di una programmazione didattica che assicuri un’efficace istruzione di tutti i minori e il recupero delle gravi carenze riscontrate nella bambina più grande”, con l’individuazione, in caso si optasse per l’istruzione parentale, “dei precettori che dovrebbero parteciparvi per le aree e le materie per cui i genitori sono carenti”.
Per i magistrati si rende “necessario un congruo accertamento tecnico sulle competenze genitoriali, tanto più in
considerazione del gravoso carico educativo che i genitori, optando per scelte di istruzione non convenzionali, si sono assunti in via esclusiva, senza potersi giovare del contributo dei professionisti dell’educazione”. In attesa della valutazione del servizio di Neuropsichiatria Infantile al momento non sembra superata neanche la lesione del diritto dei minori alla vita di relazione: il Servizio Sociale segnala che “nell’interazione con gli altri bambini presenti in comunità si denota imbarazzo e diffidenza”. Il Tribunale infine stigmatizza “l’insistenza con cui la madre pretende che vengano mantenute dai figli abitudini e orari difformi dalle regole che disciplinano la vita degli altri minori ospiti della comunità, circostanza che fa dubitare dell’affermata volontà di cooperare
stabilmente con gli operatori nell’interesse dei figli”.
