Omicidio Monia Di Domenico: procuratore e familiari in Cassazione contro i 17 anni dell’Appello

Arriva oggi in Cassazione il processo all’assassino di Monia Di Domenico, la psicologa massacrata fino alla morte per 780 euro dall’inquilino della casa al mare di famiglia, a Francavilla al Mare. Era l’11 gennaio del 2017. Oggi Procuratore generale e familiari chiedono che venga annullata la sentenza della Corte d’Appello de L’Aquila che riducendo a 17 anni i 30 del primo grado ha “cancellato” l’aggravante della crudeltà.

16 sassate sul volto, un taglio da una parte all’altra del collo ( l’autopsia parlerà di “scannamento”) con un pezzo del tavolino in cristallo sul quale l’aveva colpita “già a morte” ( cfr referto autoptico) e poi, avvolta in un lenzuolo, trascinata per due rampe di scale e lasciata morire. Il suo cuore si fermerà 33 minuti dopo. A nulla valse il tentativo disperato di un vicino di casa di Monia di salvarla da quelle mani assassine provando finanche a sfondare la porta di casa da dove arrivavano le urla disperate della giovane psicologa originaria di Corropoli. Era il primo pomeriggio dell’11 gennaio del 2017. L’Abruzzo stava per piangere le vittime di Rigopiano ( 7 giorni esatti dopo) e cominciava a scendere una nevicata passata alla storia della nostra regione.

Monia, che la mattina seguente avrebbe preso un aereo per Parigi, si reca intorno alle 16 presso la casa al mare di famiglia in affitto da qualche mese a Giovanni Iacone moroso di alcune mensilità. Il cuoco fiorentino, dal passato “instabile”, non tollera che la giovane donna sia lì a  chiedergli gli affitti dovuti. Perde la testa. Il resto è la cronaca di quella che l’autopsia definirà un’aggressione chiaramente mortale dal primo all’ultimo colpo. Iacone voleva uccidere. Quando i Carabinieri della stazione di Francavilla al Mare arriveranno sul luogo della mattanza lo troveranno intento a fasciarsi una mano ( “si è ferito mentre scannava Monia”) e a pulirsi di dosso le tracce di sangue. Di morte. Monia verrà riconosciuta da mamma Doretta e papà Aldino, arrivati da Corropoli dove erano tornati a vivere una volta in pensione dalla scuola lei e dalla polizia lui, dalle ginocchia. Il primo grado, Chieti, condannerà Iacone a 30 anni ( il rito abbreviato gli fa scampare l’ergastolo). L’avvocatessa che lo difende, strenuamente udienza dopo udienza tirando in ballo infanzia e traumi affettivi senza che tuttavia gli venga riconosciuta l’incapacità di intendere e volere, ricorre in Appello: 30 anni sono troppi. La corte aquilana le dà ragione: su Monia Di Domenico nessuna crudeltà equivalente per codice a 13 anni. I 30 di Chieti diventano 17. E’ il 16 maggio del 2019, sono passate da poco le 18: mamma Doretta quasi sviene in aula, papà Aldino pietrificato e senza più lacrime si lascia scivolare in silenzio tra le braccia delle amiche di Monia che mai hanno smesso di lottare per la giustizia restando accanto a questi genitori inconsolabili ormai fantasmi di sé stessi. Seguiranno un flash mob in piazza salotto a Pescara pieno di palloncini verdi, gente e lacrime ma anche altre iniziative pubbliche tutte destinate a non far spegnere i riflettori con l’aiuto della gente comune. La sentenza d’Appello scatenerà l’attenzione della stampa anche nazionale con inviati Rai e Mediaset a Corropoli, a casa di Monia bambina. E poi ancora una fiaccolata, due panchine.

“Una vita non può valere 17 anni”: è la frase che più spesso ci siamo sentiti ripetere da questi due genitori di una figlia unica massacrata nel fiore dei suoi anni per 780 euro. Papà Aldino, una vita in Polizia, ci vuole continuare a credere nella giustizia: ” E’ per questo che ci appelliamo ai giudici della Cassazione. Cos’altro doveva farle quel maledetto a mia figlia perchè venisse condannato a 30 anni e gli venisse riconosciuta la crudeltà?”. L’avvocato della famiglia, Giuliano Milia, e il Procuratore generale sperano che la Cassazione annulli la sentenza aquilana: la “ferocia inaudita – come si legge nell’autopsia- che l’assassino non fermò nemmeno davanti alle suppliche della donna, mostrando una volontà di infliggere sofferenze aggiuntive con la piena consapevolezza che la vittima fosse ancora viva”, possono valere 17 anni di carcere?

 

 

Barbara Orsini: