Tagli ridotti, ma comunque consistenti per quel che riguarda i Comuni abruzzesi non compresi tra le comunità montane, nella Legge sulla montagna. L’analisi del Consigliere Regionale del Pd Antonio Di Marco.
La Legge Calderoli sulle Comunità Montane, recepita e rivista dalla Regione, come è stato illustrato giorni fa dal Presidente Marsilio e dall’Assessore Regionale Santangelo, accende il dibattito politico in Regione. Ridotto il numero dei Comuni tagliati furoi, non abbastanza, secondo il Consigliere Regionale del Pd Antonio Di Marco:
“La scelta di riformulare in negativo la definizione di comuni montani che ha regnato fino a oggi, non è un modo di migliorare l’apporto dello Stato sul territorio, anzi. Perché la classificazione incide direttamente su fiscalità, incentivi, accesso ai fondi e possibilità di sviluppo, benefici che i 27 centri esclusi dalla riclassificazione non avranno più, ricevendo in cambio solo la promessa di essere considerati dal punto di vista di sostegni e fondi. Restare fuori taglia anche tante cose, e non bastano le raccomandazioni di chi guida oggi la Regione a compensarle. Serve un impegno che vada oltre e che presenti già da subito misure che diano le coperture ad oggi solo promesse. La Regione scenda in campo, al posto di provare difese fragili della scelta solo perché arriva dal governo amico: chieda a questi provvedimenti che si attivino in contemporanea, cosa che al momento non c’è”, sottolinea il consigliere Antonio Di Marco.
“Restare fuori comporta: esclusione da bonus e crediti d’imposta per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa e per le imprese giovanili; assenza di sgravi contributivi per i lavoratori in smart working che si trasferiscono nei piccoli comuni; mancata riduzione strutturale dei contributi nel settore agricolo; applicazione delle imposte ordinarie, più elevate, sui trasferimenti di terreni agricoli; minore punteggio nei bandi regionali ed europei; impossibilità di accedere al Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane – enumera Di Marco – e queste soto privazioni pesanti . La nuova definizione di “montanità” si basa esclusivamente su criteri tecnici legati ad altitudine e pendenza del territorio. Tuttavia, le conseguenze di tale impostazione sono concrete: economiche, sociali e amministrative. La classificazione montana non può essere ridotta a calcoli teorici, poiché rappresenta una leva strategica capace di determinare risorse disponibili, strumenti operativi e margini di intervento per i territori. È quindi necessario che il governo regionale segua i consigli degli enti che rappresentano i Comuni e che sono contro il ridimensionamento e rappresenti in modo equilibrato le esigenze di tutti i territori, senza distinzioni né preferenze, tutelando il futuro delle aree interne e dei servizi locali”.