Lavoro: Abruzzo tra i primi per Certificazione di genere eppure le donne sono poco occupate e meno pagate

L’Abruzzo si colloca ai primi posti in Italia per numero di aziende con Certificazione di genere. A dichiararlo è Il Sole 24 Ore. “A questo dato positivo non corrisponde un analogo avanzamento sul piano del lavoro e dei diritti, in particolare per quanto riguarda la condizione femminile. L’Abruzzo continua infatti a registrare un basso tasso di occupazione femminile e profondi divari di genere nell’accesso al lavoro, nella stabilità contrattuale, nelle retribuzioni e nelle possibilità di carriera”. Così la Cgil

“Un risultato che segnala la qualità di una piccola parte del nostro tessuto produttivo regionale ma che può trarre in inganno”: così la Cgil Abruzzo scendendo più nel dettaglio ed evidenziando ben altre criticità.

“Secondo i dati Istat, il tasso di occupazione femminile in Abruzzo resta significativamente inferiore a quello maschile, con uno scarto che supera i 18 punti percentuali, e si colloca al di sotto della media nazionale. A questo si aggiunge una forte concentrazione delle donne in lavori precari, part-time involontari e settori a bassa remunerazione, elementi che alimentano anche un persistente gap retributivo di genere. Secondo l’Eurispes infatti Il GENDER PAY GAP – calcolato sulla retribuzione media annua dei dipendenti – in Abruzzo tocca il 35,5% a fronte di una media nazionale del 30,1%, e si traduce in uno stipendio femminile mediamente pari a circa il 65% di quello maschile”.

“In questo contesto, va chiarito che le aziende abruzzesi certificate per la parità di genere sono oggi 503: un numero importante, ma che rappresenta una quota ancora marginale rispetto al totale del sistema produttivo regionale, che conta oltre 120 mila imprese attive. Le imprese che garantiscono realmente pari stipendi, pari opportunità di carriera e condizioni di lavoro eque per le donne restano quindi una minoranza, insufficiente a produrre un cambiamento strutturale. È evidente la contraddizione: l’eccellenza certificata non può fermarsi agli standard formali, ma deve tradursi in diritti esigibili e in un miglioramento concreto delle condizioni di lavoro, a partire da quelle delle donne. La parità di genere non può essere un marchio, o un semplice bollino rosa, ma un pilastro dello sviluppo”.

Barbara Orsini: