A L’Aquila, in Corte d’Assise, si è chiuso il processo ai tre palestinesi accusati di associazione con finalità di terrorismo. 5 anni e 6 mesi per Yaeesh, assolti Irar e Doghmosh
Vigilanza rafforzata oggi in Tribunale anche per la presenza di due magistrati sono sotto scorta: il sostituto procuratore Roberta D’Avolio, che sostiene l’accusa, e Giuseppe Romano Gargarella, presidente del collegio giudicante.
La Procura ha chiesto condanne fino a 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Doghmosh. La Corte d’Assise dell’Aquila è stata chiamata a pronunciarsi in un processo che incrocia anche il tema della qualificazione giuridica dei fatti contestati, tra terrorismo e azioni riconducibili a un contesto di conflitto.
La sentenza: cinque anni e sei mesi per Anana Yaeesh, assolti Ali Irar e Mansour Doghmosh. Sentenza di caratura mondiale sotto il profilo giuridico, accolta con insoddisfazione dai legali per la condanna di Yaeesh, ma con soddisfazione per l’assoluzione degli altri.
Alla lettura della sentenza alcuni attivisti per la Palestina hanno urlato “Vergogna”, “Palestina libera”, “Ora e
sempre resistenza”. Davanti al Tribunale, come già in occasione delle precedenti udienze, si è tenuto un sit-in. In via precauzionale le forze dell’ordine avevano presidiato l’ingresso del palazzo e chiuso temporaneamente al traffico via XX Settembre.
Gli avvocati di Yaeesh hanno già annunciato che faranno ricorso in Appello.
L’inchiesta della Procura de L’Aquila prende avvio dopo una richiesta israeliana di arresto provvisorio a fini estradizionali del 24 gennaio 2024. Yaeesh è detenuto dallo stesso mese; la richiesta di estradizione è stata poi respinta il 12 marzo 2024, per il rischio di “trattamenti crudeli, disumani o degradanti” e “gravi violazioni dei diritti umani”. La Procura ha quindi aperto un procedimento in Italia e l’indagine è stata estesa a Irar e Doghmosh.
La difesa, dal canto suo, ha sempre contestato l’impianto accusatorio sostenendo che non sarebbero emersi elementi diretti di atti violenti contro civili attribuiti a Yaeesh e che, per Irar e Doghmosh, le contestazioni si baserebbero su chat e conversazioni in lingua araba, di cui i legati mettono in dubbio traduzione e interpretazione, richiamando delle perizie di parte. I legali Flavio Rossi Albertini e Ludovica Formoso hanno chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Processarli ha significato ignorare che le loro azioni siano state condotte a danno di una potenza occupante, la cui presenza in quei territori è stata più volte dichiarata una violazione del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli.
Nel corso del dibattimento, la difesa ha contestato l’impianto accusatorio, sostenendo che non sarebbero emersi elementi diretti di atti violenti contro civili attribuibili a Yaeesh e che, per Irar e Doghmosh, le contestazioni si baserebbero soprattutto su chat e conversazioni in lingua araba, di cui i legali mettono in dubbio traduzione e interpretazione, richiamando perizie di parte. I difensori hanno chiesto l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”; in subordine è stata avanzata una richiesta di riduzione della pena per Yaeesh.
Il collegio difensivo di Anan Yaeesh ha annunciato il ricorso dopo la sentenza di primo grado della Corte d’Assise dell’Aquila.
“L’istruttoria dibattimentale, a nostro giudizio, ha dimostrato l’assoluta insussistenza di alcuna finalità di terrorismo – ha dichiarato l’avvocato Flavio Rossi Albertini – . Prendiamo atto della sentenza, non possiamo fare altro che prendere atto di questa decisione, però siamo assolutamente persuasi di poter portare avanti le nostre ragioni nei successivi gradi di giudizio”.
Il legale ha spiegato che, una volta lette le motivazioni, la difesa presenterà appello: “Leggiamo le motivazioni della sentenza a cui faremo sicuramente appello” ha detto indicando anche i passaggi successivi in caso di esito sfavorevole:
“Qualora la Corte d’Appello dovesse comunque disattendere, andremo in Cassazione, fino ad arrivare anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo, se fosse necessario”.
Rossi Albertini ha quindi richiamato la posizione dei due imputati assolti, Ali Irar e Mansour Doghmosh, sottolineando che “erano già stati scarcerati” da una decisione della Corte di Cassazione che aveva ritenuto insussistenti i “gravi indizi di
colpevolezza”. In sede di rinvio, ha aggiunto, il Tribunale della Libertà dell’Aquila aveva preso atto del pronunciamento e disposto l’immediata scarcerazione. “Rispetto a quel compendio probatorio – ha rimarcato – non è stato aggiunto nulla nel corso dell’istruttoria dibattimentale, cosicché l’assoluzione, almeno a nostro giudizio, rappresenta un atto dovuto”.
Le indagini di Digos L’Aquila e del Servizio antiterrorismo della Direzione centrale della polizia di prevenzione hanno
sostenuto l’esistenza di una struttura operativa militare, il “Gruppo di Risposta Rapida – Brigate Tulkarem”, ritenuta
articolazione delle “Brigate dei Martiri di Al-Aqsa”, indicate come organizzazione terroristica con finalità di compiere atti
di violenza a scopo terroristico. Nel dibattimento, la difesa ha contestato l’impianto accusatorio, sostenendo che non sarebbero emersi elementi diretti di atti violenti contro civili attribuibili agli imputati.