Il Procuratore Bellelli sul referendum: “15 milioni di No per amore della Costituzione”

Il Procuratore Capo della Repubblica di Pescara Giuseppe Bellelli, proverbialmente discreto e più incline alla scrivania che ai riflettori, non può esimersi dal dire la sua sull’esito di un referendum che ha visto trionfare le ragioni del No, quelle per le quali in questi due mesi si è molto speso,  partecipando a numerosi incontri pubblici.

Ci riceve nella sala riunioni dei suoi uffici al quinto piano di Palazzo di Giustizia a Pescara, alle sue spalle l’effige di Emilio Alessandrini, uno di quei magistrati che il plotone d’esecuzione se l’è trovato di fronte, tanto per citare una delle tante uscite infelici di questa ruvida campagna referendaria. Giuseppe Bellelli, procuratore capo di Pescara, sempre in prima linea a favore delle ragioni del No, non ha stappato bottiglie di champagne o si è lasciato andare in trionfanti cori da stadio, ma ci confessa che avrebbe tranquillamente barattato la vittoria al referendum con un mezzo passo falso in campionato della sua Inter e così è stato. Ora, però, è il tempo dell’analisi e della riflessione a cominciare, intanto, da una straordinaria affluenza, resa ancora più straordinaria dai quasi dieci punti di distacco tra chi ha sonoramente bocciato questa riforma e chi l’avrebbe voluta da subito in vigore:

“15 milioni di no che dicono di quanto gli italiani tengano alla nostra amata Costituzione – dice Bellelli – un giudizio netto contro quello che avrebbe rappresentato un deragliamento della nostra Carta Costituzionale. Questi voti valgono, come valgono quelli per il Si, sia ben inteso, noi magistrati abbiamo solo cercato di dare la nostra testimonianza in difesa di un’autonomia che con questa riforma sarebbe stata messa in pericolo.”

Gli italiani hanno giudicato questa riforma sbagliata, ma, dal suo punto di vista, l’ordinamento della Magistratura andrebbe comunque ritoccato o va tutto bene così?:

“Molto va modificato, ci mancherebbe, ma questo è compito della politica, va dato spazio alla riflessione, alla meditazione e soprattutto al confronto, è giusto che ci sia autocritica anche tra gli stessi magistrati, ma non era questa la via di una riforma rancorosa e aggressiva che non andava a risolvere nessuno dei problemi. Sicuramente qualcosa andrà fatto per la celerità dei processi che sono sempre più lenti e farraginosi, gli applicativi informatici su cui lavoriamo e anche una certa autoreferenzialità dei magistrati, noi dobbiamo essere aperti alla società e in fondo questa campagna referendaria ci ha permesso di aprirci alla società civile ed è stato un fatto estremamente positivo. Poi la nostra competenza principale è quella di lavorare a servizio della Giustizia e dei cittadini e questo dobbiamo continuare a fare.”