“La disastrosa frana di Silvi è stata quest’oggi oggetto del mio intervento in Parlamento in una specifica richiesta di informativa per sapere quali strumenti e risorse si stiano mettendo in campo per intervenire sull’emergenza, ricostruire le cause dello stato di crisi ambientale e strutturale, e soprattutto per individuare con esattezza scientifica a quale Ministero appartenga, finita la fase dell’emergenza, la competenza di appropriata operatività, per scongiurare dal principio la frammentazione nemica dell’efficacia della messa in sicurezza dell’intero fronte di frana, che supera la visita prima facie”
“La vicenda accaduta a Silvi – spiega D’Alfonso in una nota – non è solo la questione della fragilità di un singolo territorio che, nel caso specifico, appartiene a una comunità a prevalenza adriatica, marinara, con questa parte alta che è stata colpita da un movimento franoso che allo stato attuale ha demolito una realtà abitativa, messo fuori uso altre realtà abitative, e ha minacciato anche una realtà scolastica, una palestra e impedito un significativo tratto di sedime stradale per il trasporto pubblico locale. Qual è la questione che ci viene come richiamo forte, sia al nostro essere Ordinamento, sia alla consapevolezza scientifica, culturale, politica? I cambiamenti climatici sono usciti dalle conferenze, dai convegni e ci stanno prendendo in braccio quasi rieducativamente dicendoci una questione rilevante che non aspetta, non ci dà più tempo. La questione di Silvi era già segnalata nella Carta del Rischio Idraulico, nel PAI, c’è però bisogno, c’è la necessità di attenzionare quella porzione di sindaci che rispetto al PAI ha ritenuto di fare ricorso al Tar, alla Giustizia Amministrativa, ecco quella è una condotta che non è più sostenibile, perché non si tratta di organizzare un tiro alla fune sul piano della giurisdizione del diritto amministrativo, ma di prendere atto dei disastri che ci sono stati in questi decenni costruendo ovunque, infragilendo ovunque, quasi dichiarando guerra e dispettosità nei confronti della natura”.
Ora quali sono le cose da fare dal punto di vista di chi conosce quei luoghi? Ricostruire con esattezza la ragione della perdita d’acqua, ricostruire il giusto rapporto tra ciò che è stato edificato e la tollerabilità delle aree sconnesse, scoscese, dei versanti collinari che si innalzano sulla Città, di ciò che la natura ci presenta come diversità dei plurali piani di campagna. Ancora dobbiamo fare in modo che la piattaforma ReNDiS, che è lo spazio digitale dove intervengono dati e informazioni sulla fragilità del nostro suolo e sottosuolo, venga arricchita di ulteriori capacità conoscitive, perché i termini della crisi di Silvi richiedono che il Governo generi velocità di risposta oltre la capacità di reazione della Piattaforma Rendis, attraverso il riconoscimento dello stato di crisi e di emergenza e che nascano disponibilità finanziarie adeguate, per rimettere in sicurezza non solo quella specifica porzione di suolo, per conoscere con esattezza qual è il piano degli investimenti, per evitare che lì accada quello che sta accadendo involontariamente a Chieti ormai da un tempo fatto di anni e che mai e poi mai si possa avvicinare alla criticità di suolo e sottosuolo di Niscemi. In ultimo ho richiamato le attenzioni dell’ordinamento affinchè non siano troppi ministeri a farsi la sfida a intervenire su suolo e sottosuolo. Allo stato ci sono sette ministeri che hanno promosso investimenti per suolo e sottosuolo, financo il Ministero degli Interni, il Ministero delle Risorse Agricole, il Ministero dell’Ambiente, il Ministero dei Lavori Pubblici. Dobbiamo sapere che l’univocità delle competenze consente la linearità e l’efficacia degli interventi, dobbiamo sapere che c’è la prevenzione come prima postura istituzionale, poi la gestione dell’emergenza e infine quella delle competenze ordinarie”.
“La situazione che oggi si è determinata sul territorio di Silvi alta non consente balbuzie: le sette pagine del verbale relativo al sopralluogo odierno che ha visto in campo alcuni dei vertici della Protezione civile nazionale, regionale, le Istituzioni locali e gli ‘esperti’ di Niscemi, hanno generato un quadro chiaro che richiede capacità tempestiva. La frana di Silvi Paese – si legge nel documento – rappresenta un evento di dissesto idrogeologico di ‘significativa rilevanza, che si inserisce in un quadro di vulnerabilità geomorfologica strutturale del territorio nota da tempo, ma non adeguatamente fronteggiata con misure di prevenzione e mitigazione del rischio’. Dunque la frana di Silvi si conosceva, su quella frana non si doveva costruire e soprattutto quel movimento franoso non si è esaurito. Quattro le priorità individuate che devono vedere in campo risorse, strumenti e professionalità adeguati: nell’immediato completare il monitoraggio strumentale per tracciare la morfologia della frana; eliminare entro 6 mesi l’alimentazione idrica della collina, ovvero le perdite che con ogni probabilità hanno minato dall’interno la stabilità del terreno; garantire entro 36 mesi massimo il consolidamento strutturale del versante franoso attraverso paratie di pali in calcestruzzo armato, tiranti e la riorganizzazione della regimazione delle acque; infine il processo strutturato di delocalizzazione degli edifici e dei nuclei abitativi insistenti nelle aree in frana attiva”.