Due rari Ibis eremita, uccelli a rischio di estinzione, avvistati nelle campagne pescaresi. Nel mondo se ne contano appena un migliaio
L’importante segnalazione ornitologica riguarda le campagne tra la vallata del fiume Pescara e Penne, dove i Carabinieri del Nucleo CITES di Pescara hanno visto e fotografato nei giorni scorsi due esemplari di Ibis eremita (Geronticus eremita è il suo nome scientifico.
La specie, un tempo relativamente comune in Europa meridionale, Nord Africa e Medio Oriente, ha subito un calo drastico, calcolato intorno al 98% delle sue popolazioni, dall’inizio del secolo scorso a oggi soprattutto a causa della caccia di frodo e di altri fattori di pressione antropica, come la riduzione degli habitat idonei e l’uso dei fitofarmaci in agricoltura.
Ne rimangono attualmente in tutto il mondo appena un migliaio di individui, tra selvatici e colonie semi-selvatiche nate anche grazie ai progetti di tutela avviati in Europa. Non a caso uno dei due individui avvistati ha un anello su una zampa (si vede la fascetta blu nella foto) ed è dotato di un localizzatore GPS che tuttavia non emette più segnali.
A causa delle condizioni precarie della specie, i Carabinieri Forestali hanno attivato un accurato programma di controllo sugli Ibis al momento presenti in Abruzzo, per verificarne il comportamento e per garantirne l’incolumità.
L’ibis eremita è un uccello medio-grande, lungo da adulto tra i 70 e gli 80 cm con un’apertura alare di 125–135 cm. Ha colore nero corvino con riflessi metallici verdi/violetti sul petto e sulle ali. Zampe lunghe e robuste. Le penne sulla nuca sono lanceolate e parzialmente erettili a formare un ciuffo. Il becco, lungo e ricurvo, rappresenta anche un segnale del dimorfismo sessuale: i maschi lo hanno leggermente più lungo e inoltre, a parità di età, tendono ad avere dimensioni maggiori.
L’Ibis eremita è da non confondere con l’Ibis sacro (Threskiornis aethiopicus), simile nell’aspetto ma facilmente riconoscibile per il piumaggio bianco con collo, testa e parti posteriori nere. Quest’ultima specie, di origine africana, si è diffusa in Europa a cominciare dalla Francia dov’era allevata negli zoo in gabbie aperte, nella erronea convinzione che non si sarebbe allontanata, ed è oggi considerata invasiva in Italia per i danni che provoca alla biodiversità e all’agricoltura.