Abruzzo terza regione per incidenza di imprese femminili

Secondo l’ultimo rapporto di Infocamere elaborato dal Centro Studi dell’Agenzia per lo Sviluppo L’Aquila, l’Abruzzo è la terza regione per incidenza di imprese femminili.

Esse mostrano una struttura più solida delle altre, ma diminuiscono di più e si concentrano in settori a più bassa marginalità. Si conferma profondo il gap di genere: per le donne è più difficile dribblare ostacoli strutturali e difficoltà personali per assicurare un futuro alle loro imprese.

L’Abruzzo chiude il 2025 con 35.965 imprese femminili registrate (2,5% delle imprese italiane), di cui 31.582 attive, entrambe pari al 2,8% delle imprese femminili italiane. La distribuzione provinciale vede in testa Chieti – che detiene quote pari al 33% (registrate) e al 34% (attive) dei totali regionali – seguono Teramo (24% di entrambe), Pescara con il 23% e il 24% e infine L’Aquila (20% e 19%).

Non buono l’andamento nel tempo della nati mortalità. Rispetto al 2024, a fronte di una sostanziale tenuta a livello nazionale, in tutto il territorio regionale si rilevano contrazioni delle imprese femminili peggiori di quelle delle totali con diminuzioni sia sul fronte delle registrate che su quello delle attive di 600 unità che corrisponde ad una flessione del 2% peggiore di quella registrata nello stesso periodo dal totale delle imprese regionali (-1%). È Teramo in particolare a mostrare la contrazione più accentuata (-3%), meno evidenti i cali a L’Aquila (-2%), Chieti (-2% registrate e -1% attive) e Pescara (-1%).

La situazione peggiora se si allunga il periodo di osservazione al 2019, anno rispetto al quale la regione riporta le perdite di 2,5 mila imprese femminili registrate e di 2,4 mila attive che equivalgono a cali del -7% (imprese totali: -4%) più che doppio rispetto al -3% delle registrate e al -2% delle attive in Italia, territorio nel quale, a differenza dell’Abruzzo, le diminuzioni delle imprese totali sono più marcate di quelle delle femminili. A livello provinciale, Teramo e Chieti si attestano intorno al -7%, con un picco a Chieti delle attive che arriva a superare il -8%, L’Aquila e Pescara perdono il 6%.

Passando a considerare le variazioni del 2025 determinate in Abruzzo dall’impatto sullo stock di imprese di fine 2024 delle nuove iscrizioni e delle cancellazioni non d’ufficio, si osserva che, a fronte di 1.832 nuove imprese, le cancellate sono state 2.427 con un saldo negativo di 595 imprese. A questi numeri corrispondono tassi di iscrizione del 5,01 – assai più basso del 6,56 medio nazionale -, di cancellazione del 6,64 – inferiore al 7,48 italiano – di crescita del -1,63 – peggiore del -0,92 del Paese.

Si registrano tassi di crescita negativi in tutte e quattro le province, particolarmente bassi i valori dell’Aquila e di Teramo soprattutto per l’elevata incidenza delle cessazioni. Chieti mostra un maggior contenimento delle cancellazioni ma anche il più esiguo apporto delle iscrizioni, Pescara, al contrario, registra il miglior andamento delle nuove imprese.

Per quanto riguarda la distribuzione per settore di attività assai più consistente della media nazionale la quota di imprese agricole (22% contro 14%), analoghe le incidenze delle manifatturiere (7%) e edili (4%), inferiori quelle delle commerciali (21% contro 24%) e, soprattutto del terziario non commerciale (39% contro 45%). Spiccano a Chieti le imprese femminili agricole (34% del totale delle imprese femminili), a Teramo le manifatturiere (11%), a L’Aquila le edili (6%), e quelle di servizi non commerciali (23%) e a Pescara le imprese commerciali (24%). Nel complesso l’imprenditoria femminili assume una forte connotazione terziaria a L’Aquila e Pescara, industriale in senso ampio a Teramo e agricola a Chieti.

Per quanto attiene alle diverse tipologie di servizi, in regione prevalgono l’alloggio e ristorazione (10% del totale delle imprese femminili sia in regione che in Italia), le attività amministrative e i servizi di supporto (4% contro il 5% medio nazionale) e quelle immobiliari (3%; Italia: 6%). Le incidenze provinciali ricalcano nel complesso quelle regionali con le eccezioni dei pesi particolarmente alti a L’Aquila dei servizi di alloggio e ristorazione (13%) e a Pescara dei servizi di informazione e comunicazione (2%) e delle attività professionali, scientifiche e tecniche (4%).

Rispetto al 2024 ad aumentare in regione è solo il numero di imprese operanti nel terziario non commerciale (+2,6%; Italia: +3%). In calo più accentuato di quello medio nazionale le agricole (-4% contro -2%), le industriali (-3%e -2%) e le commerciali (-5% e -4%) con le sole edili che riportano una flessione del 5% pari a quella italiana. Particolarmente evidenti le contrazioni delle imprese femminili manifatturiere e commerciali a L’Aquila (nell’ordine -4% e -6%) e Teramo (-4% e -7%), di quelle edili a Chieti e Pescara (-6%) e debole l’aumento del terziario non commerciale a L’Aquila (+2%).

Analogamente, nel confronto con l’anno pre pandemico diminuiscono le imprese femminili di tutti i settori ad eccezione di quelle del terziario non commerciale (+5,8% che è pari a poco più della metà del +10% nazionale). Nel dettaglio, le agricole, le industriali e le commerciali mostrano flessioni superiori a quelle italiane (nell’ordine -15%, -11% e -15% contro -11%, -10% e -13%), al contrario delle costruzioni che riportano un calo meno intenso (-2% contro -3%). Chieti mostra le più pesanti flessioni delle imprese agricole e, insieme a Pescara, delle edili. Pescara riporta anche la maggior contrazione delle manifatturiere e L’Aquila delle commerciali. L’Aquila e Teramo sono le uniche province che registrano un aumento delle società di costruzioni (+2,5% e +0,8%).

Quanto alla natura giuridica, in regione le società di capitale rappresentano il 26% delle imprese femminili, le ditte individuali il 64%, entrambe superiori al 23% e al 62% medi nazionali, le società di persone l’8% inferiore al 12% italiano. Le altre forme giuridiche hanno un’importanza marginale. Chieti è l’unica provincia a riportare pesi delle società di capitale (20%) e di persone (6%) minori rispetto a quelli regionali e la quota più grande di imprese individuali (72%).

La variazione abruzzese su base annua è del +4% per le società di capitale (Italia: +2%), del -5% per quelle di persone (Italia: -4%) e del -4% per le imprese individuali (Italia: -3%). Per quanto riguarda le società di capitale Pescara non mostra variazioni sostanziali (+0%) Chieti riporta un aumento allineato a quello regionale (+2%) e L’Aquila e Teramo decisamente superiore (+4% e +3%). Per le società di persone Teramo e Pescara si allineano alla variazione regionale,

L’Aquila mostra una flessione più intensa (-5%) e Chieti meno evidente (-2%). Infine, relativamente alle imprese individuali, Chieti e Pescara registrano le minori flessioni (-2% e -1%), i cali più accentuati L’Aquila e Teramo (-4% e -5%)

CONCLUSIONI. L’universo delle imprese femminili è una componente importante del sistema economico anche per la sua spiccata propensione all’innovazione sociale, alla sostenibilità e alla valorizzazione delle risorse umane.

Secondo lo studio pubblicato nel marzo 2025 dal Centro Studi Conflavoro con la collaborazione di Conflavoro Impresa Donna, le imprese femminili danno occupazione a 4,7 milioni di persone, hanno un fatturato di poco meno di 250 miliardi di euro e producono una quota di PIL tra il 10% e il 12% del totale. Il loro contributo va, quindi, ben oltre il semplice aspetto economico, ma segna il tessuto sociale e il mercato del lavoro

Nonostante questi numeri di tutto rispetto permane un gap del 60% rispetto alle aziende maschili sotto il profilo di performance economica, solo in parte spiegabile con la ridotta dimensione media (mediamente 3,5 dipendenti ad impresa) e con il fatto che spesso operano in settori a più bassa marginalità.

L’analisi demografica delle donne imprenditrici mostra che quasi la metà ha più di 50 anni, il 40% da 36 a 49 anni. Questo dato fa emergere che esistono difficoltà nel ricambio generazionale e nell’accesso delle giovani donne all’imprenditoria dovute alla difficoltà dell’accesso al credito e alla necessità di bilanciare la vita familiare con l’attività imprenditoriale. A quest’ultimo proposito il 54% delle imprenditrici non ha figli e il 46% ha almeno un figlio, osservazione che conferma che la mancanza e l’inadeguatezza di adeguate politiche di sostegno rende complessa l’attività di conciliazione vita-lavoro.

Incoraggianti i dati sul passaggio generazionale, fenomeno fondamentale che assicura la continuità del tessuto imprenditoriale nazionale. Negli ultimi anni, il ricambio generazionale ha visto una crescente presenza femminile, soprattutto all’interno delle imprese familiari. Il turnover che ha interessato le donne si è attestato nel 2022 in Italia sul 6% nelle piccole imprese e sull’8% nelle grandi. Importante, quindi, è il ruolo di leadership delle donne all’interno delle aziende di famiglia, ma spesso il passaggio avviene per necessità e non per scelta, rispecchiando così il persistere di una cultura recalcitrante rispetto al coinvolgimento delle donne nella leadership aziendale.

Questo quadro di luci ed ombre va completato con la maggiore vulnerabilità delle imprese femminili rispetto alle maschili anche in termini di sopravvivenza. Primi fra tutti l’accesso al credito e le crisi di liquidità. Le imprese femminili richiedono più frequentemente condizioni più favorevoli per l’accesso al credito (9% contro 7% delle imprese maschili) e soprattutto insistono su migliori misure di sostegno alla liquidità (28% contro il 20% delle imprese maschili).

Tendono ad avere un ciclo di vita più breve delle maschili oltre che per problemi di cui sopra anche per altri connessi alla maternità o alla difficoltà di conciliare la gestione aziendale con gli impegni familiari: la stima in Italia è di circa 3.200 imprese femminili chiuse ogni anno per difficoltà legate alla vita privata delle imprenditrici.

Esiste quindi una carenza strutturale di supporti, la mancanza di un sistema di welfare a sostegno è una delle principali minacce per il futuro dell’imprenditoria femminile.

Sostenere le imprenditrici è una necessità economica, investire su di loro significa investire sul futuro dell’Italia perché le donne non solo producono ricchezza e occupazione ma sono anche portatrici di modelli di leadership inclusivi e sostenibili.