Caro gasolio: anche in Abruzzo si va verso lo sciopero dei Tir

È l’effetto farfalla della guerra nel Golfo Persico: quello che accade lì si ripercuote qui. Anche in Abruzzo Tir pronti allo sciopero per il caro gasolio

Si usa per tutto e un po’ per tutto vale la famosa teoria matematica del caos, secondo la quale se una farfalla batte le ali in Brasile può scatenare un tornado in Texas. In sostanza variazioni anche lontane possono produrre effetti vicinissimi, come nel caso della guerra e del caro carburante.

Secondo una recentissima stima della CGIA, rispetto al 2025, quest’anno il rincaro del prezzo del diesel per ogni Tir potrebbe sfiorare i 17.500 euro; secondo altre stime gli extracosti ammonterebbero a 9.000 euro. Comunque troppi per chi fa un lavoro già di per sé difficile e usurante.

Per questo gli autotrasportatori hanno annunciato uno sciopero che potrebbero mettere in ginocchio l’intero Paese, Abruzzo compreso. Il giorno, o i giorni, verranno decisi in una riunione prevista il 20 maggio, a meno di trattative risolutive delle ultime ore.

Gli autotrasportatori però sono divisi, per esempio l’Assotir si è dissociata ritenendo che, in un momento di forte incertezza per il settore, il fermo rischi di costare troppo caro agli stessi trasportatori, molto più delle risorse pubbliche che si punta a ottenere. Per Assotir invece il problema è strutturale: se una parte dei costi deve essere coperta dallo Stato, un’altra quota significativa dovrebbe essere assorbita dal mercato e dai committenti. Anche Confcommercio ha espresso perplessità sulla protesta, sollecitando l’apertura immediata di un confronto per evitare una paralisi dei trasporti e dell’intera economia nazionale.

Assotir e Confcommercio a parte, ieri il comitato esecutivo di Unatras, il coordinamento che riunisce le principali federazioni del settore, ha ribadito che la protesta è inevitabile per l’assenza di risposte concrete da parte del governo. Anche se l’annunciata riapertura dello stretto di Hormuz dovesse far scendere i prezzi, l’orizzonte è ancora fosco. Al momento il gasolio supera i 2 euro al litro, una soglia considerata insostenibile per le migliaia di imprese portano le merci su e giù per il Paese.

Il presidente del coordinamento Unatras, Paolo Uggè, ha dichiarato: “È una decisione sofferta ma necessaria di fronte al silenzio dell’esecutivo” ha dichiarato Uggè.

Le richieste dei trasportatori

Emanazione di un decreto per un credito d’imposta da 100 milioni di euro; interventi per sostenere la liquidità delle imprese; compensazione rapida dei rimborsi delle accise.

Secondo le associazioni di categoria, le misure adottate finora dallo Stato non bastano e anzi finiscono per penalizzare i trasportatori professionisti che investono in sicurezza e sostenibilità ambientale.

Secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, un’impresa su cinque rischia di chiudere entro la fine dell’anno, schiacciata da una crisi di liquidità sempre più soffocante. Se il prezzo del diesel dovesse rimanere costantemente sopra i 2 euro al litro sino alla fine del 2026, molti padroncini saranno costretti a gettare la spugna.

«Per chi osserva il mondo della logistica dall’esterno, l’aumento del prezzo del carburante alla pompa sembra un fastidio gestibile: un costo che si “ribalta” semplicemente sul cliente finale. – si legge nella nota di Paolo Zabeo della CGIA di Mestre – Ma per un’impresa di autotrasporto, la realtà è radicalmente diversa. Non è solo una questione di rincari, è una crisi di sostenibilità finanziaria. In un’azienda di trasporto media, il gasolio rappresenta circa il 30 per cento dei costi operativi totali. Insieme al costo del personale, è la voce di spesa più pesante. Quando il prezzo del gasolio subisce impennate repentine, questo equilibrio si spezza istantaneamente. A differenza di altri settori produttivi, l’autotrasportatore opera spesso con contratti a lungo termine o tariffe fisse negoziate mesi prima. Se il carburante aumenta del 24 per cento come è successo dall’inizio del conflitto nel Golfo, questo costo extra viene assorbito interamente dal trasportatore.

Il prezzo del diesel alla pompa in modalità self oggi è mediamente pari a 2,135 euro al litro. Nonostante il taglio delle accise deciso dal governo Meloni e prorogato fino al prossimo inizio di maggio, rispetto all’inizio della guerra nel Golfo l’incremento di prezzo è stato del 24 per cento (su richiesta dell’UE, dal 1° gennaio 2026 c’è stato l’allineamento delle accise dei carburanti che ha comportato una riduzione di 4,05 centesimi di euro al litro per la benzina e un aumento dello stesso importo per il diesel).

Se il confronto lo facciamo con il 31 dicembre scorso, il rincaro è stato addirittura del 30,6 per cento (+0,50 euro al litro). Considerato che un serbatoio di un mezzo pesante contiene circa 500 litri di gasolio, oggi ad un autotrasportatore fare il pieno al proprio Tir costa 1.067 euro, 207 euro in più rispetto ad un mese e mezzo fa e 250 euro in più se la comparazione viene eseguita con la fine dell’anno scorso. È rimasto al palo il promesso credito d’imposta a favore delle imprese di trasporto: ad oggi esiste solo sulla carta e interesserà una piccola minoranza (circa il 22 per cento) dei mezzi di trasporto merci in circolazione sulle nostre strade. Paradossalmente, proprio il taglio delle accise — presentato come un sollievo immediato — si è rivelato un autentico boomerang. Per legge, infatti, gli autotrasportatori beneficiano di un rimborso sulle accise pagate sul gasolio professionale. Nel momento in cui il Governo riduce temporaneamente l’imposta per tutti i consumatori, quella stessa riduzione viene decurtata dal rimborso spettante alla categoria. In sintesi: lo sconto alla pompa neutralizza il vantaggio fiscale specifico. Se a questo aggiungiamo che il mercato ha rapidamente assorbito il taglio, vanificando l’effetto sul prezzo finale, il quadro è completo: gli autotrasportatori perdono il rimborso senza ottenere un calo strutturale dei costi. Una beffa in piena regola».

In 10 anni perse 19mila ditte. Situazione critica in Valle d’Aosta, Marche e Lazio. L’Abruzzo a metà classifica.

Negli ultimi 10 anni lo stock complessivo delle imprese attive di autotrasporto presenti in Italia è diminuito di ben 19.241 unità, ossia -22,2%. Le situazioni più critiche si sono verificate in Valle d’Aosta con una contrazione del 34,1 per cento, nelle Marche del 33,4, nel Lazio del 32,5, in Friuli Venezia Giulia del 30,5 e in Sardegna del 30,2. In Abruzzo il calo è stato del -23,9% (12esima posizione). Per contro, l’unica regione che può contare su un saldo positivo è il Trentino Alto Adige con il +12,1 per cento.

Sicuramente le crisi economiche che si sono succedute hanno contribuito in misura determinante a ridurre la platea delle imprese del settore. Senza contare che, soprattutto nel Nord, si è fatta sentire la concorrenza dei vettori stranieri, in particolare quelli provenienti dai paesi dell’Europa dell’Est. Tuttavia, un contributo importante a questo ridimensionamento è ascrivibile anche all’elevato numero di aggregazioni e acquisizioni che si sono verificate nell’ultimo decennio, provocando, in particolare, una forte decurtazione del numero delle imprese monoveicolari. Un cambiamento non del tutto negativo. Anzi. Grazie agli effetti delle crisi e a questi processi di unione aziendale, la dimensione media delle imprese è aumentata e, conseguentemente, è cresciuto anche il livello di produttività dell’intero sistema logistico».

Marina Moretti: