Domani ad Avezzano nuova udienza del procedimento penale contro Andrea Leombruni, l’uomo che nel 2023 uccise l’orsa Amarena
L’orsa, diventata simbolo dell’Abruzzo con i suoi cuccioli, venne uccisa il 1° settembre del 2023 nel cortile della casa di Leombruni, a San Benedetto dei Marsi.
Il processo è dovuto ripartire da zero a causa di vizi procedurali. Nella nuova udienza di domani si dovrebbero sciogliere le riserve sulle ammissioni di parte civile, consentendo finalmente di entrare nel vivo del dibattimento.
Domani, in occasione della settima udienza, alle ore 10:00 al Tribunale di Avezzano, l’associazione Appennino Ecosistema sarà presente come parte civile, rappresentata dall’avvocato Chiara Tozzoli, insieme ad altri enti e associazioni.
L’associazione Appennino Ecosistema fa parte della Global Alliance for the Rights of Nature, un’alleanza internazionale di centinaia di esperti, associazioni e istituzioni impegnati a far riconoscere i diritti della Natura come soggetto giuridico da rispettare in quanto tale.
In questo senso, l’associazione si propone come “tutore” degli interessi dell’orso bruno marsicano e dell’ecosistema appenninico, in attesa che anche l’ordinamento giuridico italiano gli conferisca i diritti soggettivi che meritano. Un primo passo è stato compiuto nel 2022 con l’introduzione, tra i principi fondamentali della nostra Costituzione, della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, definiti più volte dalla Corte Costituzionale come “interessi pubblici di valore costituzionale primario ed assoluto”.
Dopo la strage dei lupi appenninici avvenuta nel mese scorso nella zona del Parco Nazionale Abruzzo, Lazio e Molise, Appennino Ecosistema insiste nel richiedere alla Procura della Repubblica di Avezzano, e ora anche a quella di Sulmona, di procedere contro i responsabili non solo per il semplice reato di “uccisione di animali” (art. 544-bis codice penale), ma anche e soprattutto per i ben più gravi delitti di deterioramento di ecosistemi e di specie protette (artt. 452-bis e 452-quinquies c.p.), introdotti nel nostro Codice penale nel 2015 in recepimento della Direttiva UE sulla tutela penale dell’ambiente (Dir. 2008/99/CE).
«Il procedimento penale per l’uccisione dell’orsa Amarena sta faticosamente ripartendo, – scrive Appennino Ecosistema – dopo le quattro udienze predibattimentali svoltesi tra il dicembre del 2024 e il settembre del 2025, l’udienza dibattimentale del 19 gennaio, quando la giudice Francesca D’Orazio ha decretato la nullità degli atti processuali restituendoli al Pubblico Ministero, e l’udienza predibattimentale del 28 aprile, quando la giudice Anna Cuomo ha concesso i termini a difesa perché si potessero esaminare tutti gli atti di costituzione di parte civile.
In base ai reati finora ascrittigli, l’imputato potrà godere della prescrizione del procedimento già tra appena tre anni: il rischio che il procedimento sia interrotto prima della sua conclusione diviene ora molto elevato. Anche per evitare questo rischio, Appennino Ecosistema rinnova la richiesta al Pubblico Ministero di procedere penalmente contro il responsabile dell’uccisione dell’orsa Amarena anche per i reati di inquinamento ambientale (art. 452-bis c.p.) e di delitti colposi contro l’ambiente (art. 452-quinquies c.p.), che puniscono con la reclusione da 2 a 6 anni e con la multa da € 10.000 a 100.000 “chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili di un ecosistema, della biodiversità, della flora o della fauna».
Va ricordato che i reati citati prevedono una prescrizione maggiore. Nel caso del 452-quinquies, non c’è necessità di dimostrare il dolo (come invece nel caso dell’art. 544-bis c.p., quello oggi contestato dalla Procura). Il reato previsto dall’art. 452-bis c.p. prevede anche l’aumento delle pene da un terzo alla metà, nel caso sia commesso in danno di specie animali o vegetali protette (come l’orso bruno marsicano e il lupo appenninico). Si arriverebbe così ad un massimo di 9 anni di reclusione e 150.000 euro di multa (che corrisponde all’importo del risarcimento richiesto da Appennino Ecosistema nell’atto di costituzione di parte civile).
«L’uccisione di una femmina di orso bruno marsicano, entità biologica gravemente minacciata di estinzione e per questo tutelata in modo prioritario a livello nazionale, europeo e mondiale, costituisce certamente una gravissima minaccia ed un grave danno concreto alle possibilità di sopravvivenza della specie (decurtando la sua già esigua popolazione del 5%) e quindi un grave danno al suo habitat, all’ecosistema del quale è parte fondamentale ed in generale alla biodiversità di tutti gli Appennini Centrali» sostiene il presidente di Appennino Ecosistema (il giuri-ecologo Bruno Petriccione).
«I nuovi gravi reati di delitto ambientale citati sono stati introdotti solo nel 2015 nel nostro ordinamento giuridico a seguito della paventata apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia, da parte della Commissione Europea, per l’insufficienza delle norme penali italiane poste a tutela dell’enorme patrimonio di biodiversità dell’UE, successivamente alla precedente uccisione volontaria di un orso bruno marsicano, rimasta impunita, avvenuta a Pettorano sul Gizio nel 2014. Porre allo stesso livello l’offensività dell’uccisione di un orso bruno marsicano o di un lupo e quella di una gallina sarebbe un assurdo giuridico, oltre che una gravissima offesa a tutti i cittadini onesti e rispettosi della fauna e della flora selvatiche, che continuano a sforzarsi di far parte di comunità umane in equilibrio con tutte le altre componenti dell’ecosistema» conclude Petriccione.