Cristian Gualdi e Luca Perazzini non potevano essere salvati. È quanto stabilito dalle motivazioni della richiesta di archiviazione firmata dalla pm di Teramo Laura Colica, secondo la quale, quanto fatto in quei giorni di dicembre del 2024 per salvare i due alpinisti dispersi sul versante aquilano del Gran Sasso sarebbe stato corretto, in quanto la forte ondata di maltempo avrebbe rallentato i soccorsi
La Procura ha chiesto l’archiviazione delle indagini su un responsabile dei soccorsi, aperte in seguito all’esposto presentato dai familiari, che chiedeva di fare luce sulla vicenda, in particolare in merito al libero accesso in quota dopo l’allerta meteo diramata dalla Protezione Civile, alla presenza di segnaletica adeguata e al lavoro sei soccorritori.
Valutato il contesto a 360 gradi, la pm ha escluso la responsabilità omissiva dei soccorsi, in quanto, già da subito, la situazione era compromessa per le pessime condizioni meteo. Secondo le ricostruzioni della Procura, «la situazione era proibitiva già dalle ore 13:30 sia per gli alpinisti in vetta sia per le persone a Campo Imperatore, dunque anche le operazioni di soccorso da terra e da cielo risultavano rischiose ancora prima della chiamata di soccorso delle 14:56, per tutta la giornata del 22 dicembre e per i giorni successivi». Inoltre, «i due alpinisti indossavano un abbigliamento tecnico tendenzialmente adeguato per un’escursione giornaliera in condizioni meteo ottimali, ma non avevano dotazioni per affrontare eventuali peggioramenti meteo ed emergenze impreviste. In particolare, mancavano un telo termico, il kit obbligatorio antivalanga e la ricarica per il cellulare».
Secondo la ricostruzione fatta dalla Procura, a quota 2.440 metri Gualdi e Perazzini hanno perso l’orientamento a causa delle condizioni meteo, imboccando erroneamente la Valle dell’Inferno. «Probabilmente si sono ritrovati nella condizione che le guide alpine definiscono “Whiteout”, quella in cui la nebbia e la neve si fondono visivamente creando un ambiente completamente bianco dove è impossibile distinguere l’orizzonte, l’inclinazione del pendio e il contorno, provocando il disorientamento. Questa condizione, unita al fortissimo vento che imperversava nella zona già dalla mattinata, ha comportato l’errore nella discesa e la deviazione rispetto al tracciato GPS della salita».
Infine, anche per quanto riguarda la possibilità di utilizzare i mezzi aerei per i soccorsi, la Procura ha smentito, ritenendo le condizioni meteo «proibitive, se non impossibili». Non sussistevano, dunque, le condizioni di sicurezza per il volo degli elicotteri. In particolare, il mezzo del 118 non è riuscito ad alzarsi, quello dei Vigili del Fuoco è stato costretto a tornare indietro, mentre quello dell’Aeronautica, anche se fosse stato richiesto tempestivamente, non avrebbe potuto contribuire perché il volo avrebbe messo a rischio l’equipaggio.
Ora l’ultima parola spetta al giudice, che valuterà le motivazioni della richiesta di archiviazione del caso.