A cento anni da uno dei processi più controversi della storia italiana, Chieti torna al centro della memoria civile con una giornata dedicata al caso di Giacomo Matteotti, tra ricostruzione storica e riflessione sul presente
A distanza di un secolo, il sacrificio di Giacomo Matteotti continua ad interrogare le coscienze. La frase a lui attribuita – «Uccidete me ma l’idea che è in me non la ucciderete mai» – resta il simbolo di un impegno civile che va oltre la sua figura, abbracciando tutti coloro che hanno lottato per la libertà.
“A cent’anni dal processo Matteotti a Chieti: tra diritto, storia e società” è il titolo della mostra, curata da Lorenzo Morelli e Iolanda Romualdi, ospitata all’interno del Palazzo di Giustizia, in piazza San Giustino, che propone un percorso articolato tra approfondimento e narrazione, offrendo al pubblico documenti e materiali utili a comprendere il contesto giuridico e politico dell’epoca.
E dopo la visitata guidata, questa mattina, abbiamo assistito anche allo spettacolo teatrale “Processo a Matteotti”, scritto ed interpretato da Aldo Blasioli, che ha portato in scena una rilettura degli atti processuali, restituendo voce e tensione ad una vicenda che ha segnato profondamente la storia del nostro Paese.
L’evento, promosso in collaborazione con istituzioni accademiche e giudiziarie, tra cui l’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti Pescara e l’Associazione Nazionale Magistrati, rappresenta un’importante occasione per riflettere sul rapporto tra giustizia, potere e memoria storica come ha evidenziato il presidente del Tribunale di Chieti, Guido Campli, responsabile scientifico del progetto, nel corso del convegno che ieri ha visto la partecipazione del rettore dell’Ateneo d’Annunzio, Liborio Stuppia, della formatrice decentrata della Scuola superiore della magistratura, Emanuela Vitello, del presidente degli avvocati teatini, Goffredo Tatozzi, di Marina Campana Magno, nuora dell’avvocato abruzzese Pasquale Galliano Magno, che ha assistito la vedova di Matteotti nel processo.
Le relazioni, moderate dal presidente emerito della Corte d’appello di L’Aquila, Fabrizia Francabandera, hanno visto gli interventi del primo presidente emerito della Corte suprema di Cassazione, Giovanni Canzio, dei docenti dell’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti Pescara Vera Fanti e Roberto Martino, del direttore della biblioteca del Senato Giampiero Buonomo, del docente dell’Università di Siena, Giuliano Scarselli, del direttore del quotidiano il Centro Luca Telese, degli avvocati Gianfranco Iadecola e Amalia Schiazza.
Per cogliere il significato profondo di questo evento è necessario tornare al 10 giugno del 1924, quando Matteotti venne sequestrato e ucciso dalla polizia politica fascista, la cosiddetta Ceka. Il deputato socialista era al centro del dibattito pubblico per aver denunciato in Parlamento le violenze e i brogli che avevano caratterizzato le elezioni dell’aprile dello stesso anno, mettendo in discussione la legittimità del potere fascista.
A quasi due anni dall’omicidio, prese avvio il procedimento penale che avrebbe dovuto fare luce sul delitto. Il processo venne trasferito da Roma, per dichiarati “motivi di ordine pubblico”, proprio in Abruzzo, a Chieti, definita “città della camomilla”.
Fin dalle prime fasi apparse evidente la volontà di limitare le responsabilità ai soli esecutori materiali. Gli imputati – tra cui Amerigo Dumini, Amleto Poveromo e Albino Volpi – vennero condannati a pene inferiori ai sei anni di carcere.
Restò così esclusa ogni reale indagine sui mandanti politici, mentre l’ombra del potere esecutivo sul procedimento fu resa evidente anche dalla presenza di Roberto Farinacci nel collegio di difesa degli imputati.
Quello che avrebbe dovuto essere un momento di verità e giustizia si trasformò in una vera e propria farsa giudiziaria, simbolo della progressiva erosione dello Stato di diritto sotto il regime fascista guidato da Benito Mussolini.
Ricordare oggi il processo Matteotti, proprio nei luoghi in cui si svolse, non significa soltanto rendere omaggio alla memoria, ma riaffermare il valore della giustizia, dell’indipendenza delle istituzioni e della responsabilità collettiva nel custodire la verità storica.
