Referendum No Triv, il giorno della Consulta

TRIVELLE:PESCARA - Pozzo Ombrina Mare visto da Goletta Verde nel 2010 (fonte: ufficio stampa Legambiente).

L’unico referendum No Triv proposto dalle regioni approda di fronte alla Corte Costituzionale per il giudizio di ammissibilità. Oggi la decisione della Consulta.

LE TAPPE – Originariamente i referendum erano 6 e il 27 novembre la Cassazione diede a tutti il via libera. A fronte della forte pressione delle regioni, dei comitati e dell’opinione pubblica il governo è intervenuto con una serie di disposizioni contenute nella legge di Stabilità, sancendo tra l’altro il divieto di trivellazioni entro le 12 miglia marine. La Cassazione è tornata pertanto a pronunciarsi l’8 gennaio e, proprio alla luce delle novità legislative, ha ritenuto superati 5 dei sei quesiti. Ma un referendum, tutt’altro che marginale, è rimasto in piedi: quello sulla durata dei titoli per sfruttare i giacimenti lì dove le autorizzazioni siano già state rilasciate. Un termine che la norma collega alla “durata della vita utile del giacimento”.

L’UDIENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE Oggi in Consulta, di fronte ai giudici e al relatore della causa, Giancarlo Coraggio, espongono le proprie tesi l’avvocato Stelio Mangiameli per i Consigli Regionali di Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise; l’avvocato Stefania Valeri per l’Abruzzo, che ha scelto nei giorni scorsi fa di abbandonare la battaglia referendaria ritenendo “cessata la materia del contendere”; e gli avvocati dello Stato Vincenzo Nunziata e Andrea Fedeli, i quali chiedono che il referendum sia dichiarato inammissibile.

LA TESI DEL GOVERNO -Fa leva su due aspetti, che tra l’altro chiamano in causa la Cassazione. Secondo l’Avvocatura, infatti, quando la Suprema Corte ha accolto il quesito superstite, lo ha riformulato senza tener conto di un passaggio contenuto nella legge: quello sul rispetto degli standard di sicurezza e salvaguardia ambientali. Ma proprio per questo, sostiene l’Avvocatura, i profili ambientali “verrebbero paradossalmente travolti dall’esito referendario”. Inoltre si determinerebbe un vuoto normativo senza poter far rivivere la norma precedente.

LA TESI DELLE ALTRE REGIONI – Per il presidente Consiglio regionale della Basilicata Piero Lacorazza o: “Va chiarito che il quesito referendario punta ad abrogare solo la parte della norma relativa alla durata dei titoli di sfruttamento dei giacimenti, fatta salva la parte relativa alle tutele ambientali”. Inoltre il fronte delle Regioni (escluso l’Abruzzo) sta valutando l’ipotesi di sollevare di fronte alla Consulta un conflitto nei confronti della Cassazione, sostenendo che “nel riformulare il quesito sia andata oltre lo spirito referendario”.

LE POLEMICHE IN ABRUZZO – Il presidente della Regione D’Alfonso ha spiegato perché l’Abruzzo, unica regione, non ha seguito le altre regioni sul confronto referendario dopo averlo promosso: “Con le 12 miglia abbiamo attenuato la norma, mi ero impegnato con il Governo a non attivare il conflitto di attribuzione, perché era cessata la materia del contendere. Quanto alla nuova trattativa mi impegno alla fiducia nei confronti di Palazzo Chigi per altri risultati”. Per Forza Italia la nuova posizione della Regione è “Un passo indietro sui referendum contro la trivellazione delle nostre coste. Si tratta di una captatio benevolentiae nei confronti del premier, Matteo Renzi”

L'autore

Carmine Perantuono
Laureato in Giurisprudenza, è giornalista professionista dal 1997. Ricopre il ruolo di Direttore Responsabile di Rete8.

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