Ud’A- Vinta la battaglia per l’Ima che torna in busta

UdA

Dopo una guerra andata avanti a colpi di esposti, denunce e contestazioni i sindacati della d’Annunzio hanno vinto la battaglia per l’Ima.

A partire dalla busta paga del mese di ottobre, forse novembre, gli oltre 300 tecnico-amministrativi dell’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara riavranno l’indennità mensile di ateneo (IMA). Era l’agosto del 2014 quando il Dg Del Vecchio con un atto unilaterale, immediatamente esecutivo e non concertato, cancellava la voce dalla busta paga dei dipendenti Ud’A: cifre che oscillavano tra le 250 e le 300 euro al mese e che percepivano dal 2005. Partì, quindi, una durissima guerra sindacale con il coinvolgimento anche delle segreterie nazionali di Cgil, Csa-Cisal, Cisl e Uil: una guerra, senza esclusione di colpi, culminata nel tavolo di concertazione di ieri al termine del quale è stato firmato l’accordo che prevede il ripristino dell’indennità. Un successo sindacale frutto della tenacia di molti e della ritrovata compattezza delle sigle rappresentative dei dipendenti universitari: dopo, infatti, una prima fase di comprensibile smarrimento i sindacati hanno presto compreso che l’unico modo per vincere la guerra contro i vertici Ud’A era sposare la strada della coralità. Quanto ai commenti del giorno dopo, c’è chi legge la firma di ieri in termini di un clamoroso dietrofront del Dg rispetto ad un atto da lui stesso voluto prima e difeso poi, ma i più preferiscono applaudire la firma di ieri come il trionfo della legalità e il ripristino di un diritto negato per 12 mesi. A proposito di diritti e legalità, c’è un’altra questione sulla quale sindacati, lavoratori e avvocati non hanno mai abbassato il livello di guardia, anzi: parliamo dell’esposto che a gennaio fu inoltrato al Garante per la Privacy al quale si denunciava, insieme ad esempio alla questione delle telecamere installate senza previa concertazione sindacale, la vicenda delle somme richieste indietro dal Dg (perché da lui ritenute indebitamente percepite negli anni) finite on line sul sito della d’Annunzio con tanto di nomi e cifre. Erano i giorni delle 53 querele all’indirizzo di Del Vecchio con le quali veniva denunciato per i reati di trattamento illecito di dati personali e diffamazione aggravata. Il Garante rispose ai lavoratori e diede 30 giorni di tempo all’Università affinché controdeducesse e spiegasse. Ebbene, poiché i 30 giorni sono diventati 180 e nonostante le sollecitazioni scritte di taluni dei denunciatari ad oggi non era dato sapere se la d’Annunzio avesse ottemperato o meno all’obbligo di legge di rispondere al Garante, in sette hanno deciso di muoversi con una class action per l’accesso formale agli atti dando mandato ad uno staff di legali.

“Vogliamo capire se il Dg ha risposto e soprattutto cosa, ma anche comprendere se in Italia può accadere anche questo e cioè che un direttore generale di un’università possa permettersi di non rispondere al Garante per la Privacy- incalzano i protagonisti dell’azione legale.

Nel frattempo da Roma giungono voci secondo le quali dagli uffici del Garante starebbe per partire all’indirizzo della d’Annunzio un “provvedimento”: non resta che aspettare lunedì e capire se e in che misura anche in questa vicenda hanno sempre avuto ragione i lavoratori Ud’A.

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