Ombrina Mare: il parere dell’esperto

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Ombrina Mare: il parere dell’esperto Marco Santarelli. L’industria petrolifera può danneggiare gli ecosistemi.

L’esperto in analisi delle reti Marco Santarelli, direttore di R&S on Network, nel giorno della Conferenza dei Servizi sul progetto per estrazione petrolifera ‘Ombrina Mare’ interviene dicendo che

“L’inquinamento legato alla ricerca ed estrazione di idrocarburi in mare è causato in gran parte dalle sostanze chimiche utilizzate nelle operazioni e nelle attività routinarie che si fanno su piattaforme e navi e non soltanto da eventuali incidenti e dal petrolio in quanto tale. La presenza dell’industria petrolifera in Abruzzo e in Adriatico  può avere significativi impatti sociali e ambientali derivanti da incidenti e da attività di routine come l’esplorazione sismica, perforazioni e scarti inquinanti. La ricerca e l’estrazione petrolifera sono costose e spesso danneggiano l’ambiente, in particolar modo quello marino. L’estrazione può essere preceduta da dragaggi, che compromettono i fondali e la vegetazione, fondamentale nella catena alimentare marina”

. Il direttore di R&S on Network cita poi gli esempi di “Alaska, Galapagos, Spagna e di tutti quei luoghi in cui il greggio e il petrolio raffinato fuoriusciti da petroliere incidentate hanno danneggiato fragili ecosistemi.

“Se, però, gli incidenti sono solo un rischio – prosegue –  tra le cause principali d’inquinamento ci sono le attività di manutenzione e sostituzione delle pompe che estraggono il greggio. “Durante queste operazioni – spiega Santarelli – si mette in contatto il giacimento petrolifero con l’atmosfera attraverso il ‘buco’ di perforazione. Per evitare l”eruzioné del greggio si riempie la colonna che collega la piattaforma al giacimento con il ‘Mud’, che, tradotto dall’inglese, significa fango, ma in realtà è un mix di prodotti chimici, i quali, in certi casi, hanno un elevato indice di tossicità. In particolare, nei pozzi petroliferi off-shore, come quelli che interessano l’Adriatico – aggiunge Santarelli – si usa un Mud costituito da oli sintetici con un certo grado di tossicità. Nel corso della mia esperienza sulle piattaforme petrolifere ho potuto osservare che il Mud non di rado viene disperso in mare. Esiste una procedura di recupero che teoricamente deve essere rispettata, ma, a volte, a causa di perdite oppure delle cattive condizioni meteo, il Mud finisce comunque per essere disperso. L’inquinamento, quindi – sottolinea – diviene una costante dei processi di estrazione e lavorazione del petrolio. Tutti gli studi e i dati sui consumi e sul fabbisogno di energia in Italia ci dicono che il petrolio e le piattaforme non servono; basterebbe creare delle reti intelligenti, fatte di connessioni intelligenti tra gli impianti per la produzione di energia rinnovabile preesistenti ed in uso nel Paese. Dobbiamo pensare – conclude Santarelli – a nuove forme di ottimizzazione dell’energia in eccesso, a capire bene e seriamente l’energia che fa grandi picchi, come, ad esempio, quella eolica, e a creare sistemi di monitoraggio e reti seriamente intelligenti, concentrandoci sul contesto in cui si opera, facendo funzionare gli impianti rinnovabili di recente costruzione e promuovendo il riutilizzo e la modernizzazione dei vecchi sistemi”.

L'autore

Gigliola Edmondo
Laureata in Lettere Moderne e in Giornalismo medico- scientifico con lode, è iscritta all’Ordine dei giornalisti, elenco Pubblicisti dal 1995. Esercita l’attività giornalistica dal 1985 occupandosi di cronaca, politica, economia, medicina, cultura e spettacoli. E’ appassionata di canto, musica, letteratura, cinema, teatro e pratica volontariato.

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