Islam, l’appello: “Lavorare insieme per maggiore integrazione”

La prevenzione si fa aprendo le porte delle moschee e delle comunità straniere, serve uno sforzo in più da parte anche dei migranti ospitati nelle città italiane ed europee per garantire una vera integrazione e alzare un muro preventivo contro il terrorismo. Ne è convinto il consigliere straniero dell’Aquila, Bouchaib Gamal.

Da anni Bouchaib Gamal segue in città la vita spesso molto difficile delle famiglie straniere, e che affianca le associazioni di migranti che si danno da fare per l’assistenza e l’integrazione. Nei giorni in cui in Italia e nel mondo si discute sull’opportunità dell’utilizzo in spiaggia del burkini, il tipico costume integrale usato dalle donne musulmane, mentre l’attenzione resta alta sul rischio terrorismo, dal ministero dell’Interno arriva una proposta che Gamal aveva già affrontato sei anni fa nell’ambito del Comitato dell’Islam al Viminale, del quale faceva parte insieme ad altri 17 esponenti professionisti e intellettuali islamici italiani, voluto dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni per “migliorare l’integrazione delle comunità musulmane nella società nazionale”.

Gamal insiste sulla necessità di attivare progetti per migliorare l’integrazione degli stranieri migranti nelle città italiane ed emancipare le comunità musulmane in Abruzzo, come, ad esempio, l’insegnamento della lingua italiana alle donne musulmane, progetti capaci di rompere gli establishment delle comunità islamiche a partire dai soggetti più deboli, le donne, spesso vittime di tanti tipi di retaggio: maschile, religioso ed economico.

“Il momento storico – dice Gamal – ci obbliga a una riflessione molto più profonda, la nostra civiltà democratica si fonda sul diritto e sicurezza, noi in questo momento stiamo tracciando la storia europea che deve essere tracciata con grande libertà di culto ma anche con rispetto identitario che Paese che ospita e accoglie e soprattutto la chiarezza e la trasparenza”.

Una comunità di 22mila persone tra regolari (15mila) e irregolari, provenienti la maggior parte dal Marocco, poi dalla Macedonia, dall’Albania, dall’India, dal Pakistan e dall’Egitto: così è composta la comunità degli stranieri in Abruzzo. Dopo gli attacchi terroristici avvenuti nel corso di questi mesi e a partire da quello al periodico satirico Charlie Hebdo, fino alla lunga scia di sangue in Europa e non solo, Gamal lancia un appello a tutti i musulmani presenti in regione, ai loro imam, dall’Aquila a Luco dei Marsi, fino a Martinsicuro, Montesilvano, Pescara, a lavorare insieme, con atti concreti, a una “riforma dell’Islam europeo e italiano per combattere l’integralismo” e migliorare l’accoglienza e la convivenza nei luoghi ospitanti.

L’integrazione per Gamal è fondamentale anche per la prevenzione. Il peggior nemico dell’integrazione, sostiene, è “la chiusura a riccio delle comunità accolte, che diventa autoreferenziale”. Ad esempio i bambini devono avere una vita quotidiana il più possibile a contatto con i propri coetanei italiani, frequentare la realtà in cui vivono. Importante, poi, l’integrazione delle donne e la loro occupazione lavorativa.

Che cosa possono fare la cittadinanza locale e le istituzioni, invece, per garantire una maggiore integrazione? “Innanzitutto ascoltarli e sentire le loro esigenze come è stato fatto fino a oggi, perché è stato fatto tantissimo. Certo, però, dev’esserci uno scambio reciproco, perché l’identità è un’osmosi, bisogna entrare e uscire, dare qualcosa per prendere qualcos’altro. Il territorio è aperto a tutti, ma ha le sue regole, la sua identità, la sua cultura. Io per esempio ho sempre detto di aprire le porte dei luoghi di culto musulmano durante la Perdonanza celestiniana: ma o ci sono degli imam – ossia coloro che guidano la comunità musulmana – che hanno coraggio a fare una simile proposta, o si rischia sempre arretratezza e chiusura a riccio, per cui io non faccio entrare nessuno, ma pretendo che la mia religione sia esercitata come dico io; certo, si esercita secondo l’articolo 19 della Costituzione italiana (libertà di fede religiosa), ma il suo esercizio ha forme di legalità. E poi si può anche pregare a casa: non è il luogo di culto che fa il musulmano”.

“Non possiamo cambiare la storia – prosegue Gamal – ma il territorio che ci ospita chiede conoscenza reciproca e io ho chiesto che il primo passo lo facciamo noi, perché è giusto così. Siamo venuti noi in Italia e all’Aquila, nessuno ce l’ha chiesto, offriamo all’aquilano quello che siamo, anche perché la chiusura si percepisce come minaccia”. Per il consigliere straniero del Comune dell’Aquila bisogna avere “imam preparati, fare capire cosa si fa dentro alle moschee: si prega? Va bene. Si fa altro? Facciamolo vedere”. Si potrebbero, per esempio, organizzare dentro le moschee dei corsi di italiano dedicati alle donne: “Qualcosa di rivoluzionario per il quale c’è bisogno di avere un imam rivoluzionario, integrato nel contesto sociale. Altrimenti diventa difficile cambiare quella dicotomia per cui la straniero sta qui con il corpo, ma la sua mente sta altrove. Ed è pericolosissimo per la civiltà democratica di oggi”.

L'autore

Marianna Gianforte
Giornalista professionista dal 2009, iscritta all'Albo dell'Ordine dei Giornalisti d'Abruzzo. Dopo la laurea in Culture per la Comunicazione all’Università dell’Aquila, frequenta un master in Giornalismo all'Università di Teramo. Collabora con il quotidiano regionale "Il Centro Spa" e Radio Delta. La scrittura e il giornalismo fanno parte della sua vita, come anche lo sport. Ama la corsa, la bicicletta e la montagna.

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