L’Aquila, l’esodo legalizzato delle 600 “abitazioni equivalenti”

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L’esodo dalla città capoluogo da ricostruire non si ferma. Certo, non è più quello evidente e massiccio dell’immediato post-sisma, ma è ancora oggi un lento, silenzioso, abbandono, soprattutto dei centri storici: quello dell’Aquila e quello delle frazioni.

Un esodo legalizzato dalla legge sul terremoto, ma che si traduce e in una doppia spesa di soldi pubblici, che consente ai proprietari di abitazioni distrutte o molto danneggiate di cedere in sostanza la loro casa al Comune e ottenere l’importo per acquistare un’abitazione altrove: una partita da 157 milioni di euro. A oggi sono in 600 ad avere fatto questa scelta, l’80% è rimasto nel territorio comunale e quel 20% che ha deciso di spostarsi ad esempio a Milano, Cagliari, Roma, San Benedetto del Tronto, Pescara e tante altre città d’Italia, per quanto possa essere un numero minoritario, è comunque segno di una costante fuga dalla città. Effetto di una ricostruzione lenta, di vite radicate altrove in questi quasi otto anni dal terremoto, dietro cui ci sono spesso scelte legate al proprio futuro, all’Aquila ancora incerto. L’origine di una norma che è sempre stata osteggiata, senza successo, dal sindaco dell’Aquila Massimo Cialente e dall’assessore alla Ricostruzione Pietro Di Stefano, E ORA CONTESTATA anche dall’Ance provinciale, è da rintracciare nella legge sul terremoto del 2009 e successive ordinanze, voluta dalla struttura commissariale coordinata, allora, dal commissario Gianni Chiodi.

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