Latte: la protesta dei pastori sardi e la solidarietà di quelli abruzzesi

Nunzio Marcelli interviene sulla protesta dei pastori sardi e analizza le ragioni di una crisi che colpisce anche l’Abruzzo: “La desertificazione del settore ha spopolato le nostre montagne prima ancora che di uomini di pecore”.

Certamente non può dirsi una questione di lana caprina, perché la protesta dei pastori sardi non è solo una battaglia di categoria, ma di un’intera nazione che, meno di un secolo fa, nella pastorizia e nell’agricoltura trovava la principale fonte di autosostentamento. E pur essendoci imborghesiti, avendo barattato la suggestiva transumanza con lussuose crociere e la gioiosa trebbiatura con un comodo giardinaggio da balconiere fiorite, oggi nessuna tavola dello stivale, isole annesse, può dirsi esente dai problemi che riguardano la pastorizia, perché non c’è antipasto all’italiana che tenga senza una buona fetta di pecorino, che sia romano, sardo o abruzzese.

La solidarietà che per bocca di Nunzio Marcelli, presidente regionale dell’Arpo, l’associazione regionale dei produttori ovocaprini, viene accordata oggi ai pastori sardi ha radici profonde e non è solo una questione di vicinanza professionale, ma un problema che riguarda indistintamente le due regioni, seppur con motivazioni differenti.

Per Nunzio Marcelli, “la Sardegna oggi è la cartina al tornasole di una crisi generale del settore della pastorizia che ha da sempre caratterizzato lo sviluppo delle aree interne. Basti pensare per esempio che in Abruzzo si è passati dal milione di capi che pascolavano le nostre terre nel XVI-XVII secolo agli attuali 200 mila capi circa e oggi sono poche le aziende che contano greggi al di sopra dei mille capi”.

Ma le ragioni della crisi sono diverse tra le due regioni. Mentre la struttura produttiva in Abruzzo col tempo si è orientata sulla produzione dell’agnello e sulla trasformazione del latte direttamente in azienda con la creazione del valore aggiunto, in Sardegna i pastori si sono fortemente specializzati nella produzione del latte per effetto dell’estensione negli anni ‘50 della dop del pecorino romano, uno dei prodotti più esportati al mondo, orientata soprattutto a percepire i cosiddetti montanti compensativi di premi europei per l’esportazione; cosa che di fatto ha drogato l’espansione della vendita soprattutto negli Stati Uniti. In sostanza per ogni chilo di pecorino esportato extra UE veniva riconosciuto un compenso ai produttori. La crisi è iniziata quando gli Stati Uniti, anziché valorizzare il prodotto finito, hanno cominciato a usare il pecorino romano come prodotto a basso costo per la produzione di semilavorati per formaggi fusi con la conseguente cessazione dei premi europei che ha fatto saltare i margini di convenienza della produzione del latte, mettendo in crisi il sistema caseario.

In Abruzzo invece, da quarant’anni a questa parte l’allevamento pastorale è andato via via spegnendosi e le popolazioni montane hanno perso una delle loro caratteristiche più distintive e una delle principali fonti di sostentamento, considerato che meno di un secolo fa, soltanto negli anni Sessanta, con 150 capi una famiglia riusciva a far studiare anche due figli all’università e ad autosostentarsi.

“Oggi occorrerebbe tornare a prodotti di nicchia e favorire la trasformazione del latte in azienda con un programma di valorizzazione del prodotto locale, che consenta di aumentare la catena del valore direttamente a beneficio del produttore, tornando insomma a quel famoso Km 0”, aggiunge Nunzio Marcelli. “E qui arriviamo agli ostacoli: la mal interpretazione delle normative europee, l’eccessiva burocratizzazione e i controlli puntigliosi sono solo alcuni degli impedimenti che scoraggiano gli allevatori, tanto che oggi l’adeguamento alle normative ha prodotto una desertificazione delle montagne abruzzesi che, prima ancora di spopolarsi di uomini, si sono spopolate di pecore”.

Il presidente regionale dell’Arpo si scaglia inoltre contro la gestione definita schizofrenica delle aree naturalistiche sottoposte a vincolo. “In Abruzzo la mancata corrispondenza di obiettivi con gli enti parco ha complicato le cose, producendo una cultura dell’ambientalismo, che ha voluto di fatto eliminare il più possibile le attività umane della pastorizia dalle aree sottoposte a vincolo ambientale. E che dire del fatto che in Abruzzo i pascoli, gelosamente conservati da centinaia di generazioni, oggi sono diventati quasi esclusivamente l’occasione per poter attingere cospicui contributi per un effetto distorto dell’utilizzo dei titoli in agricoltura che arricchisce aziende provenienti da fuori regione? Senza dimenticare i puntigliosi controlli sanitari che non si adeguano alla realtà territoriale, ricalcando per le piccole aziende le stesse norme utilizzate per la grande industria. Francamente oggi non consiglierei questo lavoro ai giovani, se prima non si attuano politiche efficaci per modificare le dinamiche del settore. Il governo regionale potrebbe fare molto e impegnarsi a predisporre un piano ovino nazionale che non è mai stato approvato”.

I problemi del comparto sono evidentemente tanti, ma uscire dalla crisi è possibile: la politica europea offre strumenti utili per migliorare la vita del settore, ma quel che manca è la corretta interpretazione degli stessi, a cui si aggiunge un eccesso scoraggiante di burocratizzazione.
Intanto qualche passo si sta muovendo: in Italia si sta sviluppando la rete della pastorizia Appia che cerca di portare avanti un lavoro culturale di sensibilizzazione.

Cucinare oggi è di moda. Il bombardamento mediatico di chef in tv e di reality a colpi di gustose ricette, ci porta sempre a focalizzare l’attenzione sul piatto finito, in assenza di un approfondimento che riguardi la genesi dei prodotti utilizzati. Se per ogni chef protagonista in tv fosse raccontata la storia di un pastore o di un agricoltore, se per ogni pietanza diligentemente impiattata fosse narrato il sapiente processo di trasformazione di un litro di latte in formaggio o di un chicco di grano in farina, forse sarebbero più chiare a tutti le dinamiche che muovono la società, trasferendosi da un livello all’altro e da una stalla a un ristorante. E invece, facendo finta di non sapere, restiamo coi gomiti saldamente poggiati sulle candide tavole bellamente imbandite, ignorando come il tal pecorino o la tale ricotta siano arrivati nei nostri piatti e soprattutto dimenticando che pastori lo siamo stati un po’ tutti, meno di un secolo fa…

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