Decennale Sisma: Pescaresi scrivono a fratelli Aquilani

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“Siate forti come i nostri monti”, la toccante lettera di un gruppo di Pescaresi rivolta ai fratelli Aquilani nel decennale del sisma.

Pubblichiamo integralmente la lettera a firma di tanti Pescaresi che ce l’hanno inviata. Siamo lieti di indirizzarla, virtualmente, a tutti gli Aquilani e gli Abruzzesi colpiti dal sisma di dieci anni fa.

“Dall’Adriatico al Gran Sasso è un attimo, per far ‘volare’ questa lettera come un’aquila, come L’Aquila. Siamo un gruppo di Pescaresi nati e vissuti al mare, non per questo non affezionati ai monti che ci riparano. Quella notte, quell’ora, anche noi non le dimenticheremo mai. Alle 3.32 di quel 6 aprile, in molti dormivano, ma quel letto che si muoveva, quel pavimento che ondulava, quelle pareti che sembravano venirci addosso, no, non potremmo mai scordarlo. Il primo pensiero è andato a voi, fratelli: “Se il terremoto si è verificato a L’Aquila è stata una strage,” questi i tristi pensieri e presagi di molti di noi. Scendemmo in strada e ci ritrovammo tutti lungo la riviera, sì, lo sappiamo, dicono che comunque è sconsigliato avvicinarsi al mare per un possibile tsunami, anche minimo. Ma ai Pescaresi cosa resta in vicende tristi come queste, se non ritrovarsi al mare, il loro mare.

Subito ci informammo su cosa accadde e stesse accadendo. Attraverso i media non si parlò subito di vittime, solo di danni. Poi andando avanti le vittime c’erano e crescevano, crescevano, fino a quei 309, altro numero difficilmente indimenticabile: 309 vite, storie, famiglie distrutte. Cari fratelli Aquilani, cari Abruzzesi colpiti dal terremoto, non osiamo immaginare cosa voi abbiate potuto passare in quei momenti, quando la scossa si è fatta sentire, quando sono crollati muri, palazzi, quando forse neppure vi siete resi conto subito di cosa stesse accadendo. Non riusciamo a immaginare cosa abbiano passato coloro che non riuscivano a ritrovare un proprio congiunto perché fuggito o perché non c’era più, schiacciato dalle macerie e dall’incuria umana di chi, in una zona sismica, quelle case aveva realizzato.

Poi la consapevolezza: è accaduto. Per tutto l’Abruzzo è stato un lutto doloroso, quasi difficile da metabolizzare. Ancor di più per noi Pescaresi. Sì, perché sembriamo tanto diversi noi qui alla marina, voi lì con il vostro Gran Sasso. Eppure siamo uguali perché figli della stessa terra. Non dimenticheremo mai la vostra disperazione, le 309 bare in fila durante i funerali, storie diverse, bimbi, studenti, uomini, donne, madri e padri che hanno perso figli, figli rimasti senza padri, senza madri.

Ricordiamo le file di auto, subito dopo la scossa, che dall’Aquila si dirigevano verso la costa col cuore in gola per aver lasciato la propria terra ma con il terrore ancora negli occhi e il mare come meta quasi per trovare quella minima serenità. Li abbiamo ascoltati i vostri racconti, quando siete venuti qui, a Pescara, o sulla costa. Abbiamo cercato di aiutarvi come potevamo e potevamo di sicuro fare di più. Abbiamo girato negli alberghi che vi ospitavano per una parola, un abbraccio per rendervi più famigliare un pezzo d’Abruzzo che certo diverso è ed era dalla vostra storia, dal vostro modo di vivere. Abbiamo stretto amicizia con diverse famiglie dell’Aquila e di altri centri del Cratere che avevano scelto di vivere nelle seconde case al mare, per chi poteva permettersele, o di soggiornare negli hotel che potevano ospitarle.

A dieci anni di distanza, proprio da quel mare, guardiamo ora e più che mai il profilo del Gran Sasso, della Bella Addormentata. Tanti sono i pensieri che non riusciamo a esprimere con le parole. Vi giunga, cari fratelli Aquilani il nostro abbraccio e quello del nostro mare. Forti e gentili, gli Abruzzesi, ora vorremmo solo che la forza e la gentilezza venissero ripagate dai fatti, da meno parole, meno polemiche, meno burocrazia, meno propaganda, meno passerelle. Che la ricostruzione ci possa essere davvero, sia nello spirito di ognuno, sia nei centri storici martoriati.

L’Aquila è e sarà il nostro Capoluogo, fiera e regale, dovrà tornare a essere il fulcro della cultura, dell’arte, del salotto buono d’Abruzzo. I 309 rintocchi delle campane, saranno un colpo al cuore per ognuno di noi, perché dietro a quei nomi, ci sono storie spezzate, lacrime versate, dolori inconsolabili. Che il sacrificio di questi innocenti non sia vano, e non parliamo di natura matrigna, poiché eventi naturali quali i terremoti si trasformano spesso in catastrofi a causa della negligenza degli uomini: qualcuno dice, non è il sisma che ti uccide ma la casa costruita male a farlo. Allora, fratelli, se ci si dice che il sisma non si può prevedere si faccia prevenzione lì dove si sa potranno verificarsi nel tempo dei terremoti. Non arrendetevi mai, siate forti come le nostre montagne. Molti di noi saranno con voi, domani notte con una fiaccola in mano per illuminare il buio pesto del ricordo, di quelle macerie, di quelle vittime, di quella casa dello studente che custodiva tanti sogni e un futuro per i giovani deceduti. Altri vi saranno vicini col pensiero. Non vorremmo essere prolissi né retorici. A tutti voi con noi: Jemmo ‘nanzi!”.

2 Commenti su "Decennale Sisma: Pescaresi scrivono a fratelli Aquilani"

  1. giusto e bello il contenuto della lettera
    ma per me non si tratta di essere pescaresi teramani o aquilani .. si tratta di essere persone pensanti e sensibili
    la qual cosa purtroppo è merce rara, ma che per fortuna sta un po’ sparsa in tutti i luoghi!!

  2. Grazie. Dal profondo del cuore.

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