Sixty, un destino ormai segnato

Quella che sembrava una vertenza risolta, seppur con una notevole perdita in termini occupazionali e di vere prospettive imprenditoriali, oggi si sta rivelando come un ineluttabile destino. Parliamo della Sixty.

Tre anni fa la svolta: una società panasiatica quotata in borsa in Cina acquista la Sixty di Chieti scalo, brand simbolo del made in Italy in tutto il mondo, salvando gli allora già più che dimezzati livelli occupazionali. In 46 tra sarti, stilisti e addetti ai mercati esteri tirano un sospiro di sollievo dopo anni di vertenze, cassa integrazione, mobilità, licenziamenti e sit-in di protesta finanche sui tetti dello stabilimento di Chieti scalo. La panasiatica in questione promette, in occasione dell’ultimo tavolo ministeriale prima dell’acquisizione di maestranze e marchio, che nessuno dei lavoratori sarebbe stato mandato via e addirittura che in tre anni i livelli occupazionali sarebbero stati potenziati di diverse unità. I tre anni delle promesse son trascorsi e sul brand di moda jeans sfilato da nomi del calibro di Madonna e Lady Gaga stanno piombando le peggiori notizie che si potessero ipotizzare: è Petaccia della Filtcem Cgil a dirci, senza se e senza ma, che “la situazione già ad oggi è grave e le prospettive sono pessime”. Dopo la cassa integrazione straordinaria già predisposta cosa accadrà alla Sixty di Chieti scalo? Petaccia non ha dubbi: “le promesse sono rimaste tali e difficilmente stavolta il marchio tanto amato dai giovani si salverà dalla sua fine italiana, e quindi abruzzese. Tutto questo mentre in Cina i fatturati decollano a vista d’occhio”.

L'autore

Barbara Orsini
Laureata con lode in Scienze Politiche con una tesi pubblicata presso l’IILA di Roma, inizia subito l’avventura giornalistica collaborando con “Il Tempo” e con TVQ. Dal 2002 lavora per Rete8 dove si occupa di cronaca, politica, terza pagina, economia-sindacale e dove ha condotto la rubrica “Allo Specchio”. Ama leggere, viaggiare e declinare tendenze in tutte le sfaccettature.

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