Giovanni Canzio: “A L’Aquila i processi del dolore”

A Pescara ospite di un convegno nel liceo dove studiò Emilio Alessandrini, il primo presidente della Cassazione Giovanni Canzio ricorda i suoi processi del dopo sisma: “Ho ancora davanti agli occhi il dolore degli aquilani. Presto tutte le sentenze definitive sui crolli”

Il primo magistrato d’Italia è tornato in Abruzzo, la terra in cui ha vissuto la fase emotivamente più intensa della sua prestigiosa carriera. Giovanni Canzio, primo presidente della Corte di Cassazione, fu presidente della Corte d’Appello aquilana nei momenti della distruzione e della ripresa anche degli uffici giudiziari del capoluogo terremotato. E insieme capace di istruire e decidere in tempi record per la giustizia decine di processi per i crolli. Processi che proprio in queste settimane vivono il loro epilogo al “Palazzaccio” della Suprema Corte, che Canzio oggi guida, e i tempi della quale -sottolinea- non devono far temere la prescrizione.

“In quegli anni” – ha ricordato Canzio- “ho capito davvero cos’è il dolore delle persone. Ho capito cosa significava e significa il dovere di fare davvero il bene della collettività. Ed ho visto aggregarsi insieme gli sforzi di tanti magistrati, avvocati e personale degli uffici giudiziari, per far rinascere la giustizia in una città devastata”

Altro momento di particolare emozione, per Canzio, è stato il varcare stamattina la soglia del liceo dove studiò Emilio Alessandrini, invitato dal figlio Marco, oggi sindaco di Pescara. Al magistrato abruzzese ucciso da Prima Linea Canzio ha dedicato le prime parole della relazione inaugurale dell’anno giudiziario.

“Emilio Alessandrini era un magistrato di enorme professionalità. Un uomo sobrio, umile, servitore dello Stato, consapevole dei rischi che correva nel fare quelle indagini. Ed era anche un magistrato efficiente dal punto di vista organizzativo. Tutto quello che oggi dovrebbe essere l’esempio di un magistrato modello anche al giorno d’oggi”.

L’OMICIDIO DI SARA: “NON CREDO NELLE PENE ESEMPLARI”

“Io non credo nelle pene esemplari perché la pena esemplare fa sempre immaginare che qualcuno debba pagare più degli altri per insegnare agli altri come bisogna comportarsi. Io credo nelle pene giuste”, ha inoltre dichiarato Giovanni Canzio, rispondendo ai giornalisti sull’omicidio di Sara, a Roma, e più in generale su casi analoghi. Pene giuste, dunque, “anche rigorose, anche dure, ma – afferma Canzio – esattamente corrispondenti, dal punto di vista oggettivo e dal punto di vista soggettivo, al comportamento dell’imputato. Che abbia questo imputato il suo processo giusto, che sia riconosciuto innocente o colpevole in base ai fatti, e che riceva la pena giusta, anche la più dura, ma che sia quella giusta non quella esemplare”.

Canzio ha partecipato al convegno ‘La sete di giustizia e la voglia di democrazia’, organizzato a Pescara al Liceo Classico D’annunzio, alla presenza tra gli altri del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Giovanni Legnini, e del sottosegretario alla Giustizia, Federica Chiavaroli.

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L'autore

Carmine Perantuono
Laureato in Giurisprudenza, è giornalista professionista dal 1997. Ricopre il ruolo di Direttore Responsabile di Rete8.

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